Il progetto è “altro da”

Gli studenti intervistano l’architetto Giuliano Begnozzi

Durante un corso di Progettazione II alla Sapienza, gli studenti hanno incontrato alcuni rappresentanti del mondo “vero”: un progettista, un direttore tecnico d’impresa, un politico, per fargli alcune domande sui temi per loro più urgenti. Questo è il resoconto del primo di quei colloqui, con l’architetto milanese Giuliano Begnozzi. Ho mantenuto il registro del parlato per non perdere la freschezza della conversazione e la leggerezza con cui sono stati trattati i temi, anche quando importanti o delicati.

Domanda: come si approccia un progetto? Esiste un percorso prefissato, o si decide volta per volta? E in che modo?

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Acero vegetal

Simón Vélez è considerato uno dei guru dell’edilizia bioecologica, al pari di Mario Cucinella, Cino Zucchi e Stefano Boeri, tanto per citare solo i nostrani. Ha vinto il premio The Principal Prince Claus Awards nel 2009, dall’evocativo titolo/tema «Culture and Nature», e nel 2006 l’Award of Honor dell’American Society of Landscape Architects per il progetto Crosswaters Ecolodge (il contributo di Vélez è un bellissimo ponte).

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Genius loci

Stasera vi presenterò uno spiritello bizzarro e dispettoso: il genius loci. Amico dei poeti e dei cantastorie, per l’architetto può essere la chiave del paradiso o l’anticamera dell’inferno.

Quando un’architettura risuona nel suo contesto, esaltandone i caratteri unici e risultandone a sua volta magnificata, in quel luogo e in quel momento siamo in presenza del genio di quel luogo, che l’autore ha saputo riconoscere e attivare.

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Simmetria

Esiste un falso mito: che l’architettura contemporanea abbia abbandonato il bisogno di simmetria, anzi che abbia scelto l’asimmetria come cifra stilistica dominante.

Sicuramente è assai raro oggi trovare un edificio di nuova costruzione il cui prospetto principale sia perfettamente simmetrico rispetto all’asse verticale che lo attraversa al centro della sua larghezza. Nel passato, in particolare nei periodi dominati da modelli culturali ispirati alla classicità, questa caratteristica era pressoché obbligata per una architettura che avesse un minimo di ambizione di monumentalità. Perché? Probabilmente perché la simmetria era considerata una delle proprietà della venustas, l’armonia o bellezza, uno dei tre cardini della triade vitruviana, insieme a firmitas e utilitas. Templi, chiese, palazzi hanno quasi sempre questa proprietà, che nel linguaggio dell’abitudine ancora oggi ci comunica: “sei davanti a un edificio importante”.

Taj_Mahal_2012

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Contro il restauro

Qualche tempo fa ho assistito ad uno spettacolo teatrale messo in scena nel Casale della Cervelletta a Roma. Lo spettacolo era accattivante, il format originale; ma quello che mi interessa qui è il contenitore: il casale non restaurato, in parte diruto, non utilizzato in forma stabile e forse proprio per questo suscettibile di essere “abitato” in forma poetica. Arrivando non si vede il volume del complesso, solo la facciata principale in cima a una salitella. È ancora giorno, faccio il biglietto a un chiosco e mi bevo una birra. Sono solo in mezzo a una folla di persone e forse anche questo amplifica la percezione emotiva. All’imbrunire, si intravedono dalle finestre sgarrupate mani e visi che ci guardano e ci aspettano. Lo spettacolo si svolge in parte nel cortile del casale dalle facciate scorticate, in parte nelle stanze illuminate alla buona, alcune ancora ingombre di vecchie suppellettili.

Cervelletta2

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Progettare a tutte le scale

Seconda puntata della serie delle lezioni del corso di progettazione architettonica II tenuto nel 2012.

La maggior parte dei progettisti lavora partendo dalle piccole scale e procedendo progressivamente verso le grandi. Al vostro livello – sto parlando a studenti del secondo anno di triennale – quasi certamente avete già incontrato le scale di rappresentazione: dire che un disegno è in scala uno a X significa che un’unità di misura (metro, millimetro, pollice) sul disegno rappresenta[1] X volte la stessa misura dell’oggetto rappresentato. Si passa dalle scale territoriali, da 1 a enne milioni o centinaia di migliaia, fino a 1:25.000, alle scale urbanistiche, dal 25.000 al 1.000, alle scale architettoniche, dal 500 fino a 1:50, a quelle del dettaglio tecnologico o di design, fino a 1:1, per finire con le scale del disegno industriale o del dettaglio di precisione, in cui il disegno è più grande dell’oggetto rappresentato, 2:1, 5:1 eccetera. Se il denominatore è grande si dice che la scala è piccola, e viceversa.

casa Lina, Marmore, Terni, 1964-67, finestra Continue reading

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Rileggendo “La convivialità”

Ogni tanto mi viene l’impulso di riprendere in mano un libro di Ivan Illich. Mi dimentico sempre però che, prima di affrontare la lettura, devo prepararmi psicologicamente, tipo fare una passeggiata, una giornata in campagna, meditare, roba del genere. Può infatti risultare (e a me succede sempre) destabilizzante leggere nero su bianco, con tale chiarezza, la spiegazione di quanto sia malata la nostra società, fin dentro le sue fondamenta, e soprattutto del perché ciò accade. A maggior ragione considerando che La convivialità è stato scritto nel lontano 1972, prima di internet, del cellulare, dell’undici settembre. Ma andiamo per gradi: chiunque abbia familiarità con lo straordinario pensatore viennese/panamericano si/mi chiederà: che c’entra l’architettura? Non lo so. Mi propongo di rifletterci su con questo scritto.

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Forma e (è) funzione (?)

Binomi ingombranti #1

Comincio qui la pubblicazione – nella categoria temi – di una serie di testi scritti in occasione di un corso di progettazione tenuto alla facoltà di Architettura Ludovico Quaroni nel 2012. Questo capitolo è tratto dalla prima lezione, in cui feci cadere il piccone su uno dei capisaldi dell’architettura contemporanea: il legame tra

FORMA E FUNZIONE

Cominciamo subito mettendo il dito nella piaga sanguinante dell’architetto: il rapporto tra forma e funzione. Forse qualcuno di voi avrà già avuto occasione di imbattersi in uno degli slogan più fortunati e longevi del movimento moderno: “la forma segue la funzione”, che in Inglese viene abbreviato con l’acronimo FFF (form follows function), coniato da Louis Sullivan, maestro di Frank Lloyd Wright, nel saggio The Tall Office Building Artistically Considered del 1896. Pur dichiarando la necessità di applicare all’architettura le leggi deterministiche che osservava nei fenomeni naturali, non riuscì a sganciarsi nelle sue opere da un marcato impianto neoclassico.

disegno di Louis Sullivan

 

 

Eyhof-Siedlung, Essen, 1920

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“Architecture is a wake-up call”

Diébédo Francis Kéré

Quando mi è caduto l’occhio sulle immagini del Surgical Clinic and Health Center a Léo (Burkina Faso) di Francis Kéré la prima cosa che ho pensato è stata: “NON E’ POSSIBILE! È identico al mio ultimo progetto!”. Ora, capita che il mio più recente progetto, destinato alle stesse latitudini, giaccia intonso negli archivi segreti di un committente troppo ondivago per portarlo oltre la fase preliminare; sicché solo un paio di lettori, che hanno partecipato alla sua stesura, potranno confermare ciò che dico. Ma non è per questo che voglio parlare di quest’opera.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

Kéré - Léo - Surgical Clinic and Health Center_2

Courtesy Operieren in Afrika e.V.

Ci sono molti buoni motivi per apprezzare il lavoro di Diébédo Francis Kéré: è sostenibile, usa le tecnologie del luogo, attiva la partecipazione delle comunità locali; altrimenti non avrebbe vinto tanti premi, dall’Aga Khan Award for Architecture nel 2004 al Global Holcim Award Gold nel 2012, passando per il Global Award for Sustainable Architecture, il BSI Swiss Architectural Award ed altri. Ma a me piace soprattutto perché è concepito in termini di architettura prima che di edilizia. Che significa questa frase? Che differenza c’è, e perché prima? Continue reading

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Pantheon

Tempo fa visitavo il Pantheon insieme a mia figlia Viola, che aveva allora 5 anni, insieme alla cuginetta Giulia, 7. Appena entrati, vollero sapere del buco sul tetto. Un po’ interdetto da principio, raccontai loro quanto segue:

“Tutti sanno che il Sole e la Luna si alternano nel cielo di giorno e di notte. Un giorno però, tanto tempo fa, il Sole si attardò una sera a godersi i colori del suo proprio tramonto, riflessi sul mare e sulle nuvole di passaggio. Proprio in quel momento, la Luna sorse e lo vide; se ne innamorò all’istante, ma in un attimo il disco luminoso sparì dietro l’orizzonte. Non prima, però, di averla vista a sua volta, e di essersene anche lui perdutamente invaghito.

pantheonEarthMoon_dalsgaard

“Pantheon – Earth and Moon” 2007 – courtesy Søren Dalsgaard http://www.dalsgaard.eu/Pantheon/

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