(Italiano) Il progetto è « altro da »

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Acero vegetal

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(Italiano) Genius loci

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(Italiano) Simmetria

Esiste un falso mito: che l’architettura contemporanea abbia abbandonato il bisogno di simmetria, anzi che abbia scelto l’asimmetria come cifra stilistica dominante.

Sicuramente è assai raro oggi trovare un edificio di nuova costruzione il cui prospetto principale sia perfettamente simmetrico rispetto all’asse verticale che lo attraversa al centro della sua larghezza.

Nel passato, in particolare nei periodi dominati da modelli culturali ispirati alla classicità, questa caratteristica era pressoché obbligata per una architettura che avesse un minimo di ambizione di monumentalità. Perché? Probabilmente perché la simmetria era considerata una delle proprietà della venustas, l’armonia o bellezza, uno dei tre cardini della triade vitruviana, insieme a firmitas e utilitas. Templi, chiese, palazzi hanno quasi sempre questa proprietà, che nel linguaggio dell’abitudine ancora oggi ci comunica: « sei davanti a un edificio importante ».

Allo stesso modo una serie di arcate uguali forma un’agorà, quattro portici un foro, due emicicli un’arena, e così via. Quindi la simmetria ha a che fare non solo con la monumentalità, ma anche con l’identificazione del tipo architettonico attraverso il rimando delle parti simili, che composte in modo prevedibile ci rassicurano sulla natura o funzione di ciò che abbiamo davanti.

Addentrandoci via via in schemi sempre più complessi, incontriamo la simmetria di rotazione, che consente la formazione di ambienti a pianta centrale di grande ricchezza formale, e la simmetria di traslazione, che consente di spostare nello spazio l’asse per ottenere interessanti rimandi a distanza e effetti “domino” di grande suggestione (pensiamo alle torri dei castelli o delle mura urbane, per esempio).

Poi, con l’architettura medievale, la simmetria diventa confronto tra parti della composizione diverse nella forma ma assimilabili nella forza espressiva: prendiamo ad esempio una qualsiasi cattedrale gotica francese o tedesca: raramente le due torri ai lati della facciata saranno perfettamente uguali; nondimeno la facciata risulta armoniosamente simmetrica nel contrappunto pieno/vuoto, o alto/basso, o aggettante/rientrante.

Lungi dal semplificare o impoverire le forme, le proprietà della simmetria costituiscono quindi un ricchissimo e versatile strumento della composizione architettonica: comunicando all’osservatore “questo è uguale a quello”, noi di fatto suggeriamo (consapevolmente o meno) altri significati: “questo e quello sono più importanti di quell’altro” oppure “questo è il centro” oppure “questo è dentro la composizione, quest’altro è fuori”.

Senza andare troppo indietro nel tempo, pensiamo alla sacralità delle sapienti simmetrie di Louis Kahn, o a quelle dissacranti di Robert Venturi (con il pieno al centro) o alle ironiche composizioni di James Stirling.

Il gioco della simmetria si può moltiplicare all’infinito, ripetendo e combinando in vari modi le riflessioni e le similitudini a diverse scale; sono i frattali, forme risultanti da funzioni matematiche complesse, che ritroviamo nella geometria biologica (i cavoli, le conchiglie) e nelle costruzioni dei popoli primitivi[1]. Nei frattali la stessa forma elementare si ripete in tutte le grandezze, dal più minuto elemento alla struttura nel suo complesso: ecco le cupole dei templi Jainisti, ecco le capanne e i villaggi Songhai nel Mali, ecco Libeskind a Berlino.

Ma allora esiste l’asimmetria? O non è piuttosto essa stessa una forma supercomplessa di simmetria? O, detto altrimenti, non è una qualsiasi composizione disposta con intelletto di per sé simmetrica, talché all’asimmetria non resti che il caos puro?

Forse non spetta all’architetto ma al filosofo rispondere a queste domande. Ciò che è da mettere nella scatola degli attrezzi del progettista è la consapevolezza che la ricchezza delle forme, dalle semplici alle complesse, va ben al di là della forma stessa, e rimanda nello spazio e nel tempo ad altri luoghi, altri significati, altre percezioni, e la capacità di amministrare poeticamente questi riferimenti per dare al proprio lavoro un senso o una qualità che spetterà poi all’osservatore di ricostruire o reinventare a proprio beneficio.

[1] Ron Eglash, African Fractals. Modern Computing And Indigenous Design (1958) Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey and London.

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(Italiano) Contro il restauro

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(Italiano) Progettare a tutte le scale

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En relisant « La Convivialité »

De temps en temps j’ai envie de reprendre en main un livre par Ivan Illich. Cependant j’oublie toujours qu’avant d’aborder la lecture je dois me préparer psychologiquement: faire une promenade, passer une journée à la campagne, méditer, n’importe quoi. Cela peut être déséquilibrant – et ça m’arrive toutes les fois – de lire noir sur blanc, avec une telle clarté, l’explication de comment notre société est malade, même dans ses fondations, et surtout pourquoi cela se produit. Encore plus si l’on considère que « La convivialité » a été écrit en 1972, avant Internet, le téléphone cellulaire et l’11 Septembre. Mais avançons par degrés: ceux qui connaissent l’extraordinaire penseur viennois / panaméricain vont me demander: qu’a-t-il à faire avec l’architecture? Je ne sais pas encore. Je vais y réfléchir dans cet écrit.

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Forma e (è) funzione (?)

Binomi ingombranti #1

Comincio qui la pubblicazione – nella categoria temi – di una serie di testi scritti in occasione di un corso di progettazione tenuto alla facoltà di Architettura Ludovico Quaroni nel 2012. Questo capitolo è tratto dalla prima lezione, in cui feci cadere il piccone su uno dei capisaldi dell’architettura contemporanea: il legame tra

FORMA E FUNZIONE

Cominciamo subito mettendo il dito nella piaga sanguinante dell’architetto: il rapporto tra forma e funzione. Forse qualcuno di voi avrà già avuto occasione di imbattersi in uno degli slogan più fortunati e longevi del movimento moderno: “la forma segue la funzione”, che in Inglese viene abbreviato con l’acronimo FFF (form follows function), coniato da Louis Sullivan, maestro di Frank Lloyd Wright, nel saggio The Tall Office Building Artistically Considered del 1896. Pur dichiarando la necessità di applicare all’architettura le leggi deterministiche che osservava nei fenomeni naturali, non riuscì a sganciarsi nelle sue opere da un marcato impianto neoclassico.

disegno di Louis Sullivan

 

 

Eyhof-Siedlung, Essen, 1920

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« Architecture is a wake-up call »

Diébédo Francis Kéré

Quando mi è caduto l’occhio sulle immagini del Surgical Clinic and Health Center a Léo (Burkina Faso) di Francis Kéré la prima cosa che ho pensato è stata: « NON E’ POSSIBILE! È identico al mio ultimo progetto! ». Ora, capita che il mio più recente progetto, destinato alle stesse latitudini, giaccia intonso negli archivi segreti di un committente troppo ondivago per portarlo oltre la fase preliminare; sicché solo un paio di lettori, che hanno partecipato alla sua stesura, potranno confermare ciò che dico. Ma non è per questo che voglio parlare di quest’opera.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

Kéré - Léo - Surgical Clinic and Health Center_2

Courtesy Operieren in Afrika e.V.

Ci sono molti buoni motivi per apprezzare il lavoro di Diébédo Francis Kéré: è sostenibile, usa le tecnologie del luogo, attiva la partecipazione delle comunità locali; altrimenti non avrebbe vinto tanti premi, dall’Aga Khan Award for Architecture nel 2004 al Global Holcim Award Gold nel 2012, passando per il Global Award for Sustainable Architecture, il BSI Swiss Architectural Award ed altri. Ma a me piace soprattutto perché è concepito in termini di architettura prima che di edilizia. Che significa questa frase? Che differenza c’è, e perché prima? Continuer la lecture

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Pantheon

Tempo fa visitavo il Pantheon insieme a mia figlia Viola, che aveva allora 5 anni, insieme alla cuginetta Giulia, 7. Appena entrati, vollero sapere del buco sul tetto. Un po’ interdetto da principio, raccontai loro quanto segue:

« Tutti sanno che il Sole e la Luna si alternano nel cielo di giorno e di notte. Un giorno però, tanto tempo fa, il Sole si attardò una sera a godersi i colori del suo proprio tramonto, riflessi sul mare e sulle nuvole di passaggio. Proprio in quel momento, la Luna sorse e lo vide; se ne innamorò all’istante, ma in un attimo il disco luminoso sparì dietro l’orizzonte. Non prima, però, di averla vista a sua volta, e di essersene anche lui perdutamente invaghito.

pantheonEarthMoon_dalsgaard

« Pantheon – Earth and Moon » 2007 – courtesy Søren Dalsgaard http://www.dalsgaard.eu/Pantheon/

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