Rileggendo “La convivialità”

Ogni tanto mi viene l’impulso di riprendere in mano un libro di Ivan Illich. Mi dimentico sempre però che, prima di affrontare la lettura, devo prepararmi psicologicamente, tipo fare una passeggiata, una giornata in campagna, meditare, roba del genere. Può infatti risultare (e a me succede sempre) destabilizzante leggere nero su bianco, con tale chiarezza, la spiegazione di quanto sia malata la nostra società, fin dentro le sue fondamenta, e soprattutto del perché ciò accade. A maggior ragione considerando che La convivialità è stato scritto nel lontano 1972, prima di internet, del cellulare, dell’undici settembre. Ma andiamo per gradi: chiunque abbia familiarità con lo straordinario pensatore viennese/panamericano si/mi chiederà: che c’entra l’architettura? Non lo so. Mi propongo di rifletterci su con questo scritto.

Già l’incipit è una perla di sintesi contundente: “Nel corso dei prossimi anni mi propongo di lavorare a un epilogo dell’età industriale”. Che immensa visione! Non “lo studio dell’epilogo”, ma proprio l’epilogo stesso. Oltre quarant’anni dopo, la storia gli ha dato torto, o forse era lui avanti ben più di mezzo secolo? Subito la mente va ai temi dell’industrializzazione edilizia, della complessità tecnologica e normativa dei componenti e sistemi per l’edilizia, e ai conseguenti vincoli per il progettista, sempre più superspecializzato. È giusto così? È inevitabile? Leggiamo.

C’è un paragrafo che si intitola proprio “L’industria delle costruzioni”, a pagina 76. Vi si legge che “recentemente in Messico è stato varato un grande programma che si propone di fornire a ogni lavoratore – siamo nel 1972, ricordo – un alloggio decoroso. Si è cominciato con lo stabilire nuove norme, che miravano a proteggere gli acquirenti dagli abusi dell’industria edilizia: ma, paradossalmente, hanno privato ancora più gente della possibilità tradizionale di costruirsi una casa. Infatti il nuovo codice urbanistico impone certe condizioni minime che non possono essere soddisfatte da una lavoratore che voglia costruirsi lui stesso la propria casa”. E più avanti: “La pretesa di una società di fornire alloggi sempre migliori discende dalla stessa aberrazione per cui i medici pretendono di far stare sempre meglio e gli ingegneri di produrre velocità sempre più elevate. Ci si fissa sull’astratto degli scopi impossibili da raggiungere, e poi si prendono i mezzi per i fini”.

Mi accorgo a questo punto che il brano citato, estrapolato dal suo contesto, non si può capire: perché mai uno dovrebbe volersi costruire da solo la sua casa? È chiaro che oggi, in Italia, abbiamo problemi diversi da quelli del cittadino messicano del ’72. Ma il punto centrale è un altro: siamo talmente abituati a vivere usufruendo di prodotti industriali preconfezionati – cibo, medicine, istruzione, trasporti – da farci perdere completamente di vista l’idea che si possa semplicemente uscire da questa logica, e decidere in autentica autonomia il nostro destino, costruendo – letteralmente – da noi la nostra realtà quotidiana. Illich chiama questo meccanismo monopolio radicale. Il monopolio commerciale è quella cosa che si verifica quando un certo prodotto – per esempio l’automobile – è fornito da una sola azienda: la FIAT. Si riconosce con facilità, e tutti sono d’accordo nel dire che ciò è un male, infatti esiste la concorrenza. Il monopolio radicale si ha quando l’uso di uno strumento – l’automobile – è talmente essenziale da diventare obbligatorio: le città progettate per il trasporto meccanico (Los Angeles, Brasilia) non possono più essere percorse a piedi o in bicicletta. Per nostra fortuna noi viviamo in un paese le cui città sono più antiche dell’automobile, ma le distanze sempre crescenti tra casa e lavoro e la qualità sempre più scarsa dei trasporti pubblici ci porta ugualmente a prediligere il mezzo (meccanico) privato al punto da non prendere neanche più in considerazione la possibilità di un’alternativa.

Altri monopoli radicali sono ancora più subdoli, più nascosti e più pervasivi: il monopolio dell’apprendimento da parte del sistema educativo, quello della salute da parte del sistema sanitario sono i temi preferiti da Illich. Ma più di ogni altro, il denaro è monopolio radicale dello scambio, riducendo a inesistente l’economia del baratto e del dono.

Perché questo è male? In fondo, il denaro è stato inventato proprio per evitare di dover andare in giro con le pecore per comprare spezie e stoffe. Allo stesso modo, molti di noi si sono abituati a passare ore e ore in macchina, e non si può dire che i modelli più moderni non siano molto meno inquinanti di quelli in circolazione quarant’anni fa. Illich lo spiega con la teoria delle due soglie: la prima soglia di pervasività di uno strumento si raggiunge quando supera qualsiasi alternativa nel procurare il servizio per il quale è stato concepito, avviandosi a diventare monopolio radicale. Ciò è successo per i sistemi educativi nella seconda metà dell’ottocento, per la medicina nel secondo decennio del ‘900, per l’automobile negli anni ’50. La seconda soglia è quella alla quale diventa impossibile un incremento del servizio per il quale lo strumento è stato concepito. A partire da quel momento, il danno indotto dallo strumento (inquinamento dei veicoli, effetti collaterali dei medicinali, ecc.) supera la sua utilità, e questa “cessa di essere analizzabile in termini di economia o razionalità: diventa un rito diabolico celebrato nel solo interesse dei suoi officianti i quali, presi dal rito, non sono più capaci di smascherare l’idolo che l’ispira”.

Al posto delle soglie, Illich propone l’adozione di limiti. Esistono limiti naturali, dipendenti dalla necessità per ciascuna specie vivente – compreso il genere umano – di convivere con gli altri individui e le altre specie nella stessa ecosfera. Attraverso tali limiti, ogni sistema organizzato – ecologico o sociale – rimane contenuto alla sua scala, quella che gli consente la massima capacità di espressione delle sue caratteristiche precipue: pensiamo alla biodiversità della foresta amazzonica, ma anche alla ricchezza e varietà delle culture umane tradizionali. Il limite auto-istituito alla pervasività dello strumento che ha superato la seconda soglia, dovrà servire – purché la comunità ne sia consapevole – a restituirgli la sua qualità di mezzo e non di fine, utilizzabile in modo conviviale da un individuo capace di conoscere il proprio fine e scegliere il mezzo più idoneo per realizzarlo.

Quali sono le armi con cui l’apparato istituzionale tecno-burocratico – per il quale lo strumento è fine e non mezzo – si difende dall’attacco delle persone, delle comunità e delle culture che disconoscono lo strumento industriale come unico dispensatore di felicità e di bene? Con l’invenzione della scarsità, e la competizione – all’ultimo sangue – quale unico modo per accaparrarsi una quota del bene scarso proporzionata alla propria posizione nella scala gerarchica di appartenenza al sistema istituzionale stesso. Cos’è aberrante in questo? Non la competizione, che esiste in natura e fa parte del nostro DNA antropologico, ma il principio sotteso che tutto ciò che ci può rendere felici sia misurabile, scambiabile, comprabile, e che quindi la felicità stessa sia riconducibile all’acquisizione di uno stock più ampio possibile di prodotti tutti commerciabili: salute, educazione, mobilità, disponibilità di spazio e oggetti in via esclusiva.

Con questo nuovo bagaglio critico diventa evidente il ruolo dell’industria edilizia nell’alimentare la crescita illimitata dello strumento auto-referenziale: l’emanazione continua di nuove norme igienico-sanitarie, di sicurezza, di accessibilità ed efficienza non ha reso le nostre case più salubri, più sicure, più accessibili ed efficienti. Al contrario, ha contribuito a creare sempre nuovi mercati – ben più ampi del reale fabbisogno di nuove costruzioni o restauri – di tecnici superspecializzati, di formatori di tecnici, di prodotti industriali e componenti sempre più sofisticati e interdipendenti. Tutto questo diventa evidente quando sviluppiamo la sensibilità o il coraggio di osservare il mondo che ci circonda non come un fatto ineluttabile ma piuttosto come il risultato degli interessi che lo governano.

Mi interessa di più in questa sede soffermarmi su ciò che l’architettura può fare per invertire la rotta, per contribuire alla realizzazione di quella che Illich chiamava una società convivale. Secondo lui, il crollo del sistema e la fine dell’epoca industriale sarebbe avvenuto in un sol colpo, con un evento catastrofico, come il venerdì nero di Wall Street, dopo la quale gli uomini avrebbero capito che l’unica possibilità di sopravvivenza per il genere umano si sarebbe dovuta ricercare nell’austerità volontaria. Io credo invece che le catastrofi attivino la paura, esasperando la conflittualità. Credo che una società convivale ed equa, basata sulla cooperazione piuttosto che la competizione, che ricerchi le qualità dell’essere piuttosto che dell’avere possa sorgere solo a partire da individui e piccole comunità che scelgano l’austerità nell’abbondanza, che preferiscano la libertà del poco alla schiavitù del molto. Paolo Soleri la chiamava sobrietà elegante: la ricerca di piaceri la cui piacevolezza è connaturata al rispetto dei cicli della natura ed alla consapevolezza di appartenervi. Io vedo segnali di questa società nuova in ogni dove: nei mercatini dell’usato, nel farsi il pane in casa, l’orto in terrazzo, nei gruppi di acquisto a chilometri zero, nelle realtà culturali autogestite, nell’andare in bici al lavoro. Sono piccole cose, e ingenuo chi vi affidasse la salvezza del mondo. Ma è tutto ciò che abbiamo, piccole quotidiane scelte estranee alla logica del PIL.

Si vedono in giro interventi sul costruito che vanno nella stessa direzione: autocostruzione, ecovillaggi, orti urbani, progettazione partecipata, interventi che restituiscono all’uso pubblico aree degradate della città, iniziative che riportano usi misti nei tessuti urbani specializzati. Si tratta di dare spazio e attenzione a queste realtà, di osservarle, impararle e ripeterle, nella speranza che diventino un’onda così grande da travolgere l’indifferenza della massa assuefatta allo strumento-tiranno e alla sua zuccherata anestesia.

885730498Ivan Illich, Tools For Conviviality, New York; Harper & Row, 1973, trad. it. La convivialità, Segrate (MI): Arnoldo Mondadori Editore, 1974 / Cornaredo (MI): Il Castello Editore, 2012

http://www.ilcastelloeditore.it/catalogo.php?src=illich&page=1&id=8857304981

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

This entry was posted in letture and tagged , , . Bookmark the permalink.

One Response to Rileggendo “La convivialità”

  1. Biz says:

    Illic è un autore troppo poco considerato oggi. Certo non è facile, oltre ad essere “scomodissimo” per la corrente principale di pensiero che viene promossa dai principali mezzi di comunicazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *