Progettare a tutte le scale

Seconda puntata della serie delle lezioni del corso di progettazione architettonica II tenuto nel 2012.

La maggior parte dei progettisti lavora partendo dalle piccole scale e procedendo progressivamente verso le grandi. Al vostro livello – sto parlando a studenti del secondo anno di triennale – quasi certamente avete già incontrato le scale di rappresentazione: dire che un disegno è in scala uno a X significa che un’unità di misura (metro, millimetro, pollice) sul disegno rappresenta[1] X volte la stessa misura dell’oggetto rappresentato. Si passa dalle scale territoriali, da 1 a enne milioni o centinaia di migliaia, fino a 1:25.000, alle scale urbanistiche, dal 25.000 al 1.000, alle scale architettoniche, dal 500 fino a 1:50, a quelle del dettaglio tecnologico o di design, fino a 1:1, per finire con le scale del disegno industriale o del dettaglio di precisione, in cui il disegno è più grande dell’oggetto rappresentato, 2:1, 5:1 eccetera. Se il denominatore è grande si dice che la scala è piccola, e viceversa.

casa Lina, Marmore, Terni, 1964-67, finestra

Bene, il progettista che non ha molto tempo da perdere parte dalla planimetria del lotto, dove annota tutte le regole urbanistiche applicabili al suo progetto ed eventuali altri vincoli esistenti, e ci posiziona il suo intervento, dimensionato in base al programma stabilito dal committente o più spesso cercando di massimizzarne la cubatura rispetto ai vincoli dati, e studiando a quella scala le relazioni con l’intorno. Quando è soddisfatto del risultato, riproduce il suo disegno a una scala più grande e comincia a organizzare le stanze, i percorsi, la luce, la griglia strutturale. Ad una scala maggiore disegna le porte e finestre, le scale, la struttura predimensionata, le canalizzazioni impiantistiche, pavimenti e controsoffitti. Se ha tanto tempo da perdere, a un certo punto, verso la fine, comincerà a disegnare le maniglie, cornici e davanzali, apparecchi illuminanti, ma questo succede di rado; se va bene in fase di cantierizzazione si sceglieranno da catalogo i prodotti corrispondenti al budget disponibile.

Il fatto che in Autocad si rappresenti qualsiasi cosa in scala 1:1 avvicinandosi o allontanandosi continuamente con la rotella del mouse non cambia nulla, il metodo è nel cervello e la scala è data dal livello di dettaglio dell’oggetto rappresentato, non da quanto lo vedo grande sullo schermo del pc.

Gli edifici progettati così si riconoscono quando ci si entra, e con l’occhio allenato anche da lontano. Di solito le soluzioni tecnologiche sono fortemente standardizzate e non relazionate al tutto. Travi e pilastri sbucano nelle stanze un po’ a casaccio e i pavimenti, soprattutto negli ambienti piccoli, sono posati a filo partendo dall’angolo della porta e tagliuzzati come capita dove la stanza finisce.

2a      4_2  Si può anche procedere però in un altro modo: partendo dai vincoli e dal programma, cambiare più spesso di scala, e passare molte volte dalla scala più piccola a quella più grande e viceversa, ogni volta con un livello più dettagliato di definizione dell’oggetto progettato. Facciamo un paio di esempi: esaminando il programma funzionale, per esempio uffici, proverò a disegnare al centro di un foglio bianco una scrivania standard, con un fianco per la stampante, una cassettiera, una sedia. Ha carte? Un armadio. Riceve pubblico? Altre due sedie di fronte. Un attaccapanni, un cestino per le cartacce (possibilmente differenziate). Forse un divanetto, forse un piccolo tavolo da riunioni. Poi bisogna girare intorno a questi arredi: 60, 90, 120 cm secondo quanto voglio farlo star comodo. Poi ci vuole una finestra, orientata nel modo giusto, una porta. Un open space per dodici persone? Stesso approccio. Una sala per un ristorante? Uguale. Aule? Negozi? Bagni? Non cambia.

Adesso torniamo alla scala piccola, diciamo 1:200. Assembliamo i nostri quadratini come più ci piace, facciamoli diventare triangolari o tondi, poi torniamo vicino e verifichiamo cosa è successo.

Adesso decidiamo la tecnologia strutturale: cemento armato, acciaio, mattoni, paglia. Ogni modo di costruire ha le sue regole. Bisogna impararle PRIMA di disegnare l’intero edificio in pianta, perché alcuni materiali preferiscono una griglia omogenea, altri no, alcuni hanno forti spessori e piccoli buchi, altri il contrario. Il legno in pannelli strutturali ha vincoli precisi, completamente diversi da quelli della terra cruda. Disegniamo un piccolo tratto di muro perimetrale in scala 1:10, una finestra, una porta in pianta e sezione. Poi torniamo alla piccola scala e ridisegnamo l’intero edificio con gli spessori che abbiamo trovato e le regole che ci siamo dati.

E così via, impianti, finiture, prospetti, avanti e indietro finché il progetto non è definito al livello che ci soddisfa. Scoperta: non ci vuole più tempo, perché possiamo fermarci in qualsiasi momento oppure andare avanti all’infinito.

Anche gli edifici progettati così si riconoscono da lontano: il ciglio del pavimento finisce in asse con il pilastro, la cornice richiama i piedritti, le lampade fanno un disegno armonico con le travi, le mattonelle finiscono a filo da tutte e due i lati del bagno.

Non voglio dire che questo modo sia in assoluto meglio dell’altro; però mi piace quando il mio occhio correndo intorno incontra il filo conduttore del pensiero dell’architetto. In quel momento è come se tra me e lui si creasse un’intesa, quasi una complicità. Allora sento che quel luogo appartiene a un tutto unito, del quale faccio parte anch’io. Non c’è male.

casa Lina, Marmore, Terni, 1964-67, finestra (3)Immagini nel testo:  Mario Ridolfi, casa Lina, Marmore, Terni, 1964-67 copyright  Accademia di San Luca, Fondo Ridolfi-Frankl-Malagricci, http://www.fondoridolfi.org/

[1] “Subito mi fece notare che le rappresentazioni istintive dell’arte convogliano sì l’idea dell’oggetto rappresentato, ma come non sia però possibile passare da esse alla ricostruzione di detto oggetto. La rappresentazione doveva in altre parole riuscire “equivalente” all’oggetto rappresentato onde poterla sostituire perfettamente, così come avviene nell’architettura e nella tecnica. E perciò, per raggiungere questa equivalenza tra rappresentazione ed oggetto, occorreva che essa fosse eseguita con operazioni ben definite, a partire da questo, in modo che, invertendo la serie delle operazioni che ha portato dall’oggetto alla figura, fosse possibile ripassare dalla figura all’oggetto rappresentato”. O. Fasolo, Quaderni di applicazioni della geometria descrittiva, Kappa, Roma 1982

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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One Response to Progettare a tutte le scale

  1. Slawek Porowski says:

    Paolo, this is wonderfully insightful! One of my teachers held a theory that, when designing well, with the end result in sight, it would not matter whether you start with a door handle or street layout, the trouble being that few of us would bother to do it well…
    Significantly, the drawings you posted are all hand-drawn, showing the connection of soul, eyes and hand, even in mundane window sill details. I am moved by this call to thoughtfulness and thank you for getting this conversation going. Happy New Year to you and yours!

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