Contro il restauro

Qualche tempo fa ho assistito ad uno spettacolo teatrale messo in scena nel Casale della Cervelletta a Roma. Lo spettacolo era accattivante, il format originale; ma quello che mi interessa qui è il contenitore: il casale non restaurato, in parte diruto, non utilizzato in forma stabile e forse proprio per questo suscettibile di essere “abitato” in forma poetica. Arrivando non si vede il volume del complesso, solo la facciata principale in cima a una salitella. È ancora giorno, faccio il biglietto a un chiosco e mi bevo una birra. Sono solo in mezzo a una folla di persone e forse anche questo amplifica la percezione emotiva. All’imbrunire, si intravedono dalle finestre sgarrupate mani e visi che ci guardano e ci aspettano. Lo spettacolo si svolge in parte nel cortile del casale dalle facciate scorticate, in parte nelle stanze illuminate alla buona, alcune ancora ingombre di vecchie suppellettili.

Cervelletta2

La magia del teatro ha animato lo spazio e ne ha risvegliato il genius loci, ha trasformato muri e finestre in tracce e spessore di radici della civiltà cui sento di appartenere. E mi è affiorato un interrogativo: tutto questo sarebbe stato possibile se il complesso fosse stato appena restaurato? La mia risposta è ovviamente no – altrimenti questo post avrebbe un altro titolo – e mi sono chiesto onestamente se questa mia impressione sia dovuta ad un residuo di “estetica del rudere” di romantica, ottocentesca memoria. Ma non è così: il luogo fisico delle nostre vite è come il nostro corpo, che giorno per giorno accumula i segni della nostra storia personale sotto forma di cicatrici, rughe, andature un po’ storte o curve, una luce negli occhi che racconta i momenti felici e quelli dolorosi. Anche una casa racconta la sua storia, la storia di chi l’ha abitata generazione dopo generazione. La racconta nelle sue crepe, negli intonaci scrostati, nei pavimenti consumati, nelle finestre squinternate. Racconta storie che possono essere udite solo attraverso un catalizzatore poetico, per questo emergono solo quando sono abitate dall’arte.

Cervelletta       EPSON DSC picture Il restauro vuole precisamente distruggere tutto questo: è un lifting, è il rifiuto di accettare che il tempo passa, è il desiderio di dimenticare la nostra storia in quanto storia di miseria.

Chi non ha una storia non può avere una prospettiva futura, e la cultura capitalistica e consumistica ci vuole in un presente permanente dove passato e futuro non esistono. Anzi, non esiste neanche il presente: esiste soltanto uno “sta per accadere” che non arriva mai. Ciascuno di noi ha la responsabilità, e l’occasione, di scegliere di fermarsi un momento ad ascoltare, a raccogliere l’eredità di tutte le generazioni che ci hanno preceduto e farla rivivere in sé.

Non tutto il restauro è da respingere, ovviamente: se smettessimo di prenderci cura del nostro patrimonio, come di qualsiasi cosa, questo deperirebbe molto più in fretta, come infatti vediamo fin troppo spesso nei nostri preziosi centri storici, finché a un certo punto l’edificio non può più chiamarsi tale, ma diventa un rudere. Mi sorprende pensare che la chiesa di Sanata Sabina a Roma è quasi coeva alla basilica di Massenzio (o Costantino che dir si voglia): edificio imponente e sontuoso quest’ultimo, e al suo cospetto modesto il primo. Che però è ancora in piedi, mentre dell’altro non restano che una navata laterale e qualche pezzo di conglomerato (il famoso conglomerato cementizio romano!) sparsi a terra. Perché? Perché quello è stato usato con continuità negli ultimi 16 secoli, mentre l’altro no. Anzi è stato saccheggiato per costruire tutte le altre belle chiese della città eterna.

Ma questa cura, questo abitare con continuità non si chiama “restauro” (almeno per gli addetti ai lavori), si chiama manutenzione ed è stata parte integrante del nostro DNA culturale fino a quando non è stata soppiantata dalla frenesia del nuovo che ha la sua matrice nella rivoluzione industriale e il suo fulcro nel capitalismo consumistico. Che è arrivato prima nei paesi più progrediti, poi negli altri, prima nelle capitali, poi nei piccoli centri e infine nei villaggi. La città di Sana’a, nello Yemen, è fatta di “grattacieli” in terra cruda di 8-10 piani, costruiti secoli fa, e fino a qualche decennio or sono protetti da uno strato di pittura di calce continuamente rinfrescato; dalle donne, per essere precisi. Ora non lo fanno più, non lo fa più nessuno, e il centro storico di Sana’a deve essere restaurato, con fondi UNESCO (che contribuiscono alla crescita del PIL molto di più delle donne che danno la calce alla propria casa). Ma non c’è bisogno di andare così lontano: a Sperlonga, nel sud del Lazio, fino a venti-trent’anni fa tutte le case venivano reinbiancate ogni anno. Anche qui, dalle donne. Anche qui, non lo fanno più. Anzi non ci sono proprio più: sono andate via con le loro famiglie, a Sperlonga mare, in case “moderne” in calcestruzzo, a Fondi, a Gaeta, a Latina. Il centro storico è abitato tre mesi l’anno da bagnanti romani o napoletani che non ci pensano proprio a dare la calce. E i muri si sgretolano, finché si deve intervenire (senza fondi UNESCO, in questo caso) con le catene di ferro e il cemento.

Sana'a     Sperlonga3 Tutto questo per dire che l’architettura è una cosa viva, vive della vita di chi la vive, e vive fintanto che viene accudita da chi la usa. Quando non è più usata o curata muore, e naturalmente si decompone, a meno che non sia “congelata” come quei corpi in formalina che va di moda esporre in mostre che riscuotono un grande successo di pubblico. Va bene per il Colosseo o il Partenone, molto meno per tutti quegli edifici – anche molto antichi – che potrebbero ancora vivere o rivivere una serena e piacevole vecchiaia, affidati alle cure dei loro abitanti, senza parametri “scientifici” e budget conseguenti, ma con le proprie storie, le proprie passioni, e perché no, anche i propri sbagli.

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

This entry was posted in temi and tagged , , , . Bookmark the permalink.

12 Responses to Contro il restauro

  1. francesca pizzo says:

    due link per analogia:
    http://www.shyarch.it/timidina.htm
    sono felice di sapere che anche tu sei affetto da Timidina C;
    http://www.farpuglia.it/images/Loco%20C%20storicoB.jpg
    sono felice di denunciarti che per le strade di Locorotondo si potrebbe camminare scalzi grazie alla costante e quasi compulsiva manutenzione dei suoi abitanti, ancora oggi attiva.
    un abbraccio.

  2. paolo ivaldi says:

    Timidina C? Mah, non saprei… anzi, io difendo il diritto a sbagliare, ma forse… perché no, se associamo “timidezza” a “interrogarsi sempre”. Grazie del contributo, mooooooolto apprezzato. Andiamo tutti a Locorotondo!

  3. Biz says:

    Bel post. Ho letto anche le altre cose, questo blog mi piace sono d’accordo quasi su tutto.

    • paolo ivaldi says:

      grazie Biz! mi interessa quel QUASI. Su cosa non sei d’accordo?

      • Biz says:

        In realtà oltre a leggere questo, ho dato una scorsa a tutto, non accuratissima (e quindi per ora il “quasi” è relativo alle parti non vagliate).
        Qui ho qualche dubbio riguardo all’errore. Nel senso che alcuni errori durante l’uso di certi edifici sono di tale gravità da non essere ammissibili, oppure da richiedere davvero un rimedio (non necessariamente ricostruttivo, certamente … ma magari verrebbe in epoca successiva considerato, a sua volta, un errore 🙂

  4. Martin Cosentino says:

    Signore Ivaldi,

    There is a very ‘pragmatico’ atmosphere to your article AGAINST RESTORATION. Yet the sword has two sharp edges and does cut both ways. ‘Roman’-ticism is personified by the Roman and Greek ruins in the Western World, and this will not go away anytime soon. Even the earthen ‘skyscrapers’ of Sana’a hold an excitement all their own from ages past.

    What we maintain, we keep. The rest goes to rack and ‘ruin’ and whatever else we can do with a 2,000 year old structure. I can see the human need to gaze wistfully on these ancient stones, no matter the state of their neglect or preservation. We need to connect emotionally with what preceded us- the actual people who built these piles of stones. And if there is a ‘past’ that we care to preserve, that is the metal test that determines what will be saved and what will be allowed to become ‘ruins.’ In a sense we are getting our cake, and eating it too, with the both of these. That may be the final tribute we pay to our ‘antepassati’ to their culture, all fame and failure together.

    Maybe that is the ‘eternal present’ that we long for, since the passage of time does bring emptiness and death.

    • paolo ivaldi says:

      Thank you Martin for commenting. I like the image of the both-edges-sharp sword. Reflecting on what you say, it might be put down this way: the inherited built environment serve two functions: be used (as it is, transformed, whatever), and as a physical link to our past, a solid witness of our collective unconscious, if Jung give me permission.
      The second function is quite recent, but: it implies that the object is preserved as it is, possibly forever; and that the use of it, if any, be subject to its preservation, and not vice-versa. The two things, applied to the whole built environment, prevent us from using it with ease, and encourage more and more building and land consumption.

      • Slawek Porowski says:

        Paolo and Martin,
        Gentlemen, your insights thoughtful and so well presented, yet both your posts come from sons of a civilization which had not experienced severe loss of the historical links the way some others had. I was born in Warsaw, Poland, long enough ago to remember the city still in post-war ruins, the left bank of Warsaw destroyed more completely than even Dresden, another city reborn and restored. Yet today thousands walk the streets of Warsaw’s Old Town and behold history which has been restored fabulously and faithfully, links to the past alive with links to the future.
        Today I write to you from Seattle, born but yesterday by the European standards, yet still blessed with some once quite lovely building, many in disrepair. I am involved in restoring one of them and find myself troubled by the notion that one could consider its passage into disrepair a normal aging, and that restoration, as opposed to maintenance, somehow corrupts history. I like Paolo’s comments on function, yet what options do we have, as citizens and architects, when building are taken from us, be it by earthquakes and fires, or by acts of terror?
        There is more to this discussion, I am sure, and I am looking forward to it. Thank you both

        • paolo ivaldi says:

          It is indeed an issue still open: if a building or an entire town is lost, should we re-build it “as it was, were it was” or make something totally new? It seems that the first solution is always preferred by the community who suffered the event (war, earthquake…), while the second leave much more possibilities to the artist’s Ego or the developer’s wallet. In an article I wrote years ago, commenting the post-earthquake (L’Aquila, 2009) policy, I tried to suggest a third way, taking care of what remains and re-designing what is missing, without pretending to “obliterate” the distruction and what caused it. I will post it again soon.

  5. Mark Unger says:

    I have always been suspicious of the restoration of old buildings. Maintenance… no problem. It overlaps with the construction and perpetuates the story but leaping back over 50 to thousands of years to Botox a relic? If we insist on personifying buildings my guess is the more noble ruins would ask to be left alone to age with grace. “Learn my lessons and improve on the tracts of inhuman rubbish you build now. Have you stopped making stories? Don’t treat me like porn. Love the one you’re with.”

  6. Tom Smith says:

    The decision to restore, maintain, or to “let go” I feel should be above all done on a case by case basis. Example: Bodie State Historical Park. Bodie was an old mining boom town of the 1860’s, rather than “restore” it ( like Virginia City, NV or Tombstone AZ.) It has been left in a state of “Arrested Decay” and so is an appropriate use of the site to illustrate a true “Ghost Town” of which so few remain.

    • paolo ivaldi says:

      I definitively agree. But: are we saying that ours is a case-by-case discipline? That no general assumption can be made regarding the opportunity to do or do-not? If this is the case (and I think it is), then can we still call it science, or must we recognise that we are totally in the realm of art, or however we call it, subjective judgement? And, if it is the case, can we still provide somebody professional skills (officially defined) to call him/herself “architect” (entitled to decide whether do or do-not), or should we judge the architect’s qualification only on his/her “review pedigree”, assuming all the consequences? Tough questions…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *