Genius loci

Stasera vi presenterò uno spiritello bizzarro e dispettoso: il genius loci. Amico dei poeti e dei cantastorie, per l’architetto può essere la chiave del paradiso o l’anticamera dell’inferno.

Quando un’architettura risuona nel suo contesto, esaltandone i caratteri unici e risultandone a sua volta magnificata, in quel luogo e in quel momento siamo in presenza del genio di quel luogo, che l’autore ha saputo riconoscere e attivare.

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La celebratissima Casa sulla cascata di FLW, la Casa Malaparte a Capri di Libera, la Casa Canoas di Oscar Niemeyer, sono esempi di edifici che, lungi dall’essere mimetici, riescono a cogliere l’essenza del sito in cui sono – verrebbe da dire, piuttosto che costruiti – posati.

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450px-Villa_Malaparte_3             casa canoas

Ma non solo i luoghi naturali posseggono un genio potente: anzi. La piramide di vetro di Pei, nel centro del centro di Parigi, è un esempio di intervento forte in un contesto super-consolidato, ad altissimo rischio rigetto; eppure, grazie alla disinvoltura tutta francese del genius loci del Louvre, l’innesto è riuscitissimo, e ancora stupisce e commuove a oltre vent’anni di distanza.

Il genius loci è la stratificazione di tutte le energie, naturali o artefatte, che hanno abitato un certo luogo sin dal remoto passato: le forze immani che ne hanno plasmato l’orografia, i fiumi che vi hanno scavato valli, gli alberi che ci sono cresciuti e gli uccelli che si sono posati sui loro rami. E poi gli uomini che hanno coltivato quella terra, che vi hanno costruito mura e strade e palazzi e templi. E quelli che ci sono nati e morti e gli amori e gli intrighi, e quelle finestre e quei tetti su cui tante volte il sole è tramontato ispirando poeti e amanti. Tutto questo è la memoria di un luogo, ed è invisibile e segreta. Ma può essere rivelata. Certo non sapremo mai chi ha fatto o pensato cosa e quando; ma possiamo sentire che qualcuno in un certo tempo ha guardato quello stesso panorama che ora stiamo guardando e ha provato qualcosa di vagamente simile a quello che ora stiamo provando. Questo è il genius loci.

Per chi sa leggere la memoria dei luoghi il progetto è la ricostruzione di un puzzle, la scoperta dell’assassino in un romanzo giallo, la trama di una piéce teatrale. Il progetto accumula in sé tutte le tracce che l’autore raccoglie ad una ad una, e le restituisce in forma poetica, e perciò leggibile al visitatore attraverso il vocabolario della propria memoria personale, che agisce come una chiave di decodifica della trama dei riferimenti in esso celati, altrimenti incomprensibile. Negli spigoli dei pavimenti e dei gradini delle scale di Castelvecchio a Verona, nel ponticello e nei cigli del giardino della Fondazione Querini Stampalia sono annidati, intrappolati i fantasmi dei nobili e dei servi che hanno abitato quelle stanze, e che si sono rivolti all’ingegno di Carlo Scarpa per essere presentati alla percezione dell’osservatore accorto.

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Nella maggioranza dei casi, però, questo non succede. Il genius loci, non capito, viene offeso dalle trasformazioni insensate e insensibili prodotte dalla matita ignorante dell’architetto, ingegnere o geometra sul foglio bianco e trasferite nella realtà dalle ruspe come se il mondo fosse a sua volta una tabula rasa offerta alla sua vanità. Allora il genius loci si arrabbia e si nasconde, ma continua a registrare tutto. D’ora in poi, ogni grazia è negata a quel luogo finché la ferita non venga rimarginata o altri spiriti più disponibili vengano a riabitarlo.

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un genius loci offeso: strutture per il G8 a La Maddalena

A volte, l’architetto attento si imbatte in un luogo offeso e addolorato. Risvegliare lo spirito di quel luogo e restituirgli dignità e allegria diventa allora una sfida avvincente ancorché di esito incerto. C’è il rischio, se funziona, di creare un capolavoro.

Berlin-Philharmonie-2007

far rivivere un genius loci offeso: la Filarmonica di Berlino di Hans Scharoun

Come si fa a percepire, a risvegliare o a valorizzare il luogo? Occorre imparare prima di tutto a vedere dentro di sé, operazione difficilissima da Socrate in poi, e dentro di sé trovare qualcosa (se c’è) che possa risuonare negli occhi di chi – abitatore o visitatore di passaggio della nostra creazione – ha il compito di rifare al contrario tutto il percorso che ci a portato a quel progetto, e ritrovare, partendo dai segni che noi abbiamo lasciato, quei significati che precedono l’architettura e l’hanno ispirata in principio.

Tutto questo non si deve fare per forza, possiamo anche limitarci a rispettare la normativa antisismica e antincendio, e la concessione a edificare ce la danno lo stesso; ma se decidiamo di farlo facciamo un bel regalo a noi stessi e al mondo.

In copertina: Guy Debord, The Naked City, 1958

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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7 Responses to Genius loci

  1. Sandro Marchettiu says:

    Trovo tutto questo perfetto, tanto perfetto quanto anacronistico….purtroppo!!!!!!
    Oggi la burocrazia, la crisi e quindi il capitale da investire, il tempo che non so perchè è sempre tiranno e condizionante, pure le normative urbanistiche, a volte troppo libere ed a volte stupidamente restrittive non permettono di poter pensare, di poter sviluppare o di poter creare un progetto giusto ed adeguato.
    Non do colpe a nessuno e le do a tutti, certo che poi chi ne è responsabile è sempre il professionista che lo firma, quindi spetta sempre a noi prenderci le nostre responsabilità e progettare, non eseguire, progettare, pensare, provare e riprovare tutte le soluzioni possibili o almeno quelle che riusciamo a percepire e poi, solo poi fare la scelta considerando la economicità e la fattibilità del tutto.
    Insomma, vorrei solo mettere in prima fila la progettazione e la creatività ed in secondo (anche se non meno importanti) tutti gli altri fattori sopra descritti…..sarebbe già un bel fare.

    • paolo ivaldi says:

      Mi incuriosisce il fatto che, di fronte a stimoli sul sostrato profondo della progettazione, quali la memoria dei luoghi, i fattori di scala, i riferimenti vicini e lontani, la risposta della comunità sia centrata sugli impedimenti burocratico-speculativi alla creatività del progettista. Evidentemente la pratica professionale quotidiana è ormai diventata frustrante a tal punto da inibire ex ante il salto in avanti del progettista nel prefigurare l’opera compiuta (pro-iactare, gettare avanti), fino ad avere noi stessi una percezione della nostra attività quale mera compilazione di formulari prestampati. Non nego che sovente sia proprio così, e sicuramente vale la pena soffermarsi a lungo sul perché si sia arrivati a questo punto, così come vale la pena approfondire il fatto che l’architetto – quando non è archistar – sia sempre più marginalizzato (forse perché ritenuto troppo costoso, o inutile, quando non addirittura dannoso) nella configurazione effettiva dell’edlizia così come della città tutta.
      Mi sembra che l’accostamento genius loci/burocrazia centri pienamente il tema di fondo del blog, che è il rapporto tra la componente artistica e quella professionale del fare architettura, che è un rapporto estremamente problematico, nella misura in cui l’elisione di uno dei due termini rende immediatamente superflua la nostra figura, ma l’inclusione è sempre fonte di ambiguità, soggettività, attaccabilità e quindi dequalificazione, perdita di autorevolezza, ecc.
      Così posta la questione sembra priva di soluzione: suggerimenti?

      • Sandro Marchetti says:

        Hai centrato in pieno quello che intendevo dire, il cambiamento della figura dell’architetto, sempre meno progettista creativo e sempre più burocrate.
        Per contro nella mia vita professionale, non esaltante ma sempre a contatto con la realtà delle persone normali, del ceto medio borghese, del friulano attaccato a mattone ed alla casa in quanto elemento imprescindibile dalla famiglia, volevo dire che nella mia professione ho incontrato spesso, forse troppo spesso, architetti che pensando di essere “archistar” proponevano e segregavano i loro clienti in costruzioni solo immagine e poco vivibili, non lo specchio di chi poi ci deve abitare ma solo del troppo grande ego di questi professionisti.
        Tutto questo per dire che come sempre ci vuole, secondo il mio semplice parere, un saggio mix di professionale umiltà nel mettere al servizio delle persone le nostre capacità nel risolvere tutti gli ostacoli burocratici, nel progettare una abitazione fatta su misura del luogo e delle persone che poi la fruiranno e di esaltarne l’inserimento ambientale e formale con la creatività che dovrebbe competerci, sempre senza creare la mia casa ma la casa per il mio committente.
        Per cui la capacità di un buon professionista della progettazione è data da un mix di tutto questo; un buon progettista è colui che consiglia, educa e soddisfa sempre il proprio committente.

        • paolo ivaldi says:

          Tutto pienamente condivisibile, tranne forse “educa” che suona un po’ retrivo e bacchettone. La funzione maieutica dell’architetto si dispiega piuttosto quando si “lascia educare”, reindirizzando gestalticamente le energie del committente/utente, come il judoka che atterra l’avversario usandone la forza.

          • Sandro Marchetti says:

            Concordo pienamente con quanto dici e mi correeggi, il mio “educare” stava per indirizzare le idee del committente nel quadro complesso dell’insieme architettonico.

  2. Gianluca Galeazzi says:

    Leggo diverse contraddizioni. La nozione di genius loci È spesso usata a sproposito e in senso reazionario. Perché, una volta ipostattizzato il mitico spirito del luogo quasi fosse qualcosa di chiaro e definito, si sentenzia che fare architettura significa visualizzare il genius loci. Assurdità tesa a passivizzare il progetto rispetto all’intorno, anziché spingere a crearlo o almeno a rinnovarlo. E a proposito di Wright se , nella foresta di Bear Run, si fosse proposto di rispecchiare il genius loci, invece della leggendaria Casa sulla Cascata avrebbe costruito un immonda baracca. Inoltre, in che cosa consiste un luogo? Si risponde con disarmante vaghezza: nel suo carattere, nella sua atmosfera. Sotto sotto i patiti del genius loci, anche se lo negano sono deterministici e prescrittivi, vorrebbero imporre forme assonanti all’ambiente; e perciò distinguono tra architetture alpine, collinari, marine, campagnole, urbane, vernacolari; E cianciano di paesaggio cosmico, naturale, artificiale, classico, culturale, romantico, composito, rispolverando anacronistici generi scolastici. Invece, bisognerebbe raccomandare di preoccuparsi del genio trascurando il loci poiché, se il genio opera, crea i loci. E la filarmonica di Berlino, autentico capolavoro di Hans Scharoun, non è un loci offeso ma un loci creato.

    • paolo ivaldi says:

      ho risposto a questo commento sul gruppo …architettura e design… di linkedin:
      https://www.linkedin.com/groups/Genius-loci-3121055.S.5965473913075961857?view=&gid=3121055&item=5965473913075961857&type=member&commentID=discussion%3A5965473913075961857%3Agroup%3A3121055&trk=hb_ntf_COMMENTED_ON_GROUP_DISCUSSION_YOU_CREATED#commentID_discussion%3A5965473913075961857%3Agroup%3A3121055
      ne riporto solo un estratto: da nessuna parte ho mai scritto che il rispetto del luogo implichi la mimesi: anzi, gli esempi che cito, a partire da casa Malaparte, sono fortemente impattanti. Né si può sostenere che un oggetto “contemporaneo” (decostruttivista o quant’altro) sia necessariamente uno stupro del territorio, altrimenti non avremmo nessuna delle grandi opere di architettura. Io dico che la cssa Kauffman non sarebbe tal quale se invece che una cascata sotto i piedi avesse un laghetto o la casa di Libera invece che a Capri fosse ad Aosta. Invece Zaha Hadid & company sono uguali a Roma e Pechino, e per questo uccidono lo spirito dei luoghi invece di esaltarlo.
      Aggiungo qui, a proposito della “disarmante vaghezza” lamentata da Gianluca Galeazzi, che solo così si può parlare di qualcosa che, per sua natura, è ineffabile e sfuggente qual è la capacità dell’opera artistica di cogliere i nessi profondi attraverso il registro poetico. Se si volesse cercare una “definizione” esatta del carattere dei luoghi si finirebbe, allora sì, per essere deterministici e prescrittivi.
      A proposito di “imporre” apriamo un capitolo nuovo: l’architettura impone per definizione, con la sua sola presenza. E’ la sua natura. Impone il timor dèi, il potere del sovrano, la tirannia del proletariato, il narcisismo dell’archistar. Ne parliamo la prossima volta.

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