Genius Loci

Today I will introduce to you a bizarre and mischievous genie: the genius loci. A friend of poets and storytellers, to the architect he may be the key to heaven or the lobby of hell.

When architecture vibrates in its context, highlighting the unique characters of the site and being magnified in exchange, we are there and then in the presence of the genius of the place, which the author has been able to recognize and activate.

Louvre_2007_02_24_c

The celebrated Fallingwater House by FLW, the Casa Malaparte in Capri by Adalberto Libera, the Casa Canoas by Oscar Niemeyer, are outstanding examples of buildings that, far from being mimetic, grasp the essence of the site where they are – I would say , rather than built – laid.

falldraw

450px-Villa_Malaparte_3             casa canoas

Not only the natural places possess a powerful genius: the glass pyramid by Pei, in the center of the center of Paris, is an example of aggressive intervention in a super-consolidated, high-rejection-risk site; yet, thanks to the typically French ease of the genius loci of the Louvre, the graft is very successful, and is still amazing and moving more than twenty years later.

The genius loci is the stratification of all energies, whether natural or manufactured, which inhabited a certain place since the origin of time: the huge forces that have shaped the topography, the rivers that have carved valleys, the trees that grew and the birds that laid on their branches. And then the men who worked that land, who built walls and roads and buildings and temples. And those who were born and died, and the loves and intrigues, and the sunset on windows and roofs inspiring poets and lovers generation after generation. That all is the memory of a place, and it is invisible and secret. Yet it can be revealed. We will never know, of course, who did or thought what and when; but we can feel that someone in a certain time has looked at the same scene that we are now watching and felt something vaguely similar to what we are experiencing now. This is the genius loci.

For those who can read the memory of the places the design process is the reconstruction of a puzzle, the discovery of the murderer in a crime novel, the plot of a drama. The design collects all the traces picked up by the author one by one, and gives them back in a poetic form, readable to the observer through the vocabulary of his own personal memory, which functions as a decryption key of the hidden references, otherwise incomprehensible. In the corners of the floor and steps of the stairs of Castelvecchio in Verona, in the bridge and the edges of the garden of the Fondazione Querini Stampalia in Venice, are trapped the ghosts of nobles and servants who inhabited those rooms and who have entrusted Carlo Scarpa’s talent to be presented to the perception of the mindful observer.

castelvecchio   Scarpa-Carlo_Querini-Stampalia-Venezia_24_Sambo

In most cases, however, this just doesn’t happen. The genius loci, not understood, is offended by the transformations produced by the senseless and insensitive pencil of the ignorant architect on the white sheet, and transferred into reality by bulldozers, as if the whole world were a clean board offered to his vanity. Then the genius loci gets angry and hides, but continues to record everything. From now on, all grace is denied to that place until the wound is healed.

maddalena

an offended genius loci: G8 structures at La Maddalena

Sometimes, an attentive architect comes across an offended and saddened place. To awaken the spirit of that place and to restore its dignity and happiness becomes an exciting challenge with uncertain outcome. There is the risk, if it works, to create a masterpiece.

Berlin-Philharmonie-2007

how to heal an offended genius loci: Berlin Filarmonic, by Hans Scharoun

How can we perceive, awaken or enhance the place? First of all, we must learn to see inside ourselves, and from there to find something (if existing) that will sound in the eye of the inhabitant or visitor passing by. He will travel back the path that brought us to that design, and find, starting from the signs that we have left, the meanings that precede the architecture and inspired it.

We don’t have to do all this; we can just as well respect the fire regulations and anti-seismic requirements, and we’ll be given the building permit; but if we do, we make a nice gift to ourselves and to the world.

Cover: Guy Debord, The Naked City, 1958

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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7 Responses to Genius Loci

  1. Sandro Marchettiu says:

    Trovo tutto questo perfetto, tanto perfetto quanto anacronistico….purtroppo!!!!!!
    Oggi la burocrazia, la crisi e quindi il capitale da investire, il tempo che non so perchè è sempre tiranno e condizionante, pure le normative urbanistiche, a volte troppo libere ed a volte stupidamente restrittive non permettono di poter pensare, di poter sviluppare o di poter creare un progetto giusto ed adeguato.
    Non do colpe a nessuno e le do a tutti, certo che poi chi ne è responsabile è sempre il professionista che lo firma, quindi spetta sempre a noi prenderci le nostre responsabilità e progettare, non eseguire, progettare, pensare, provare e riprovare tutte le soluzioni possibili o almeno quelle che riusciamo a percepire e poi, solo poi fare la scelta considerando la economicità e la fattibilità del tutto.
    Insomma, vorrei solo mettere in prima fila la progettazione e la creatività ed in secondo (anche se non meno importanti) tutti gli altri fattori sopra descritti…..sarebbe già un bel fare.

    • paolo ivaldi says:

      Mi incuriosisce il fatto che, di fronte a stimoli sul sostrato profondo della progettazione, quali la memoria dei luoghi, i fattori di scala, i riferimenti vicini e lontani, la risposta della comunità sia centrata sugli impedimenti burocratico-speculativi alla creatività del progettista. Evidentemente la pratica professionale quotidiana è ormai diventata frustrante a tal punto da inibire ex ante il salto in avanti del progettista nel prefigurare l’opera compiuta (pro-iactare, gettare avanti), fino ad avere noi stessi una percezione della nostra attività quale mera compilazione di formulari prestampati. Non nego che sovente sia proprio così, e sicuramente vale la pena soffermarsi a lungo sul perché si sia arrivati a questo punto, così come vale la pena approfondire il fatto che l’architetto – quando non è archistar – sia sempre più marginalizzato (forse perché ritenuto troppo costoso, o inutile, quando non addirittura dannoso) nella configurazione effettiva dell’edlizia così come della città tutta.
      Mi sembra che l’accostamento genius loci/burocrazia centri pienamente il tema di fondo del blog, che è il rapporto tra la componente artistica e quella professionale del fare architettura, che è un rapporto estremamente problematico, nella misura in cui l’elisione di uno dei due termini rende immediatamente superflua la nostra figura, ma l’inclusione è sempre fonte di ambiguità, soggettività, attaccabilità e quindi dequalificazione, perdita di autorevolezza, ecc.
      Così posta la questione sembra priva di soluzione: suggerimenti?

      • Sandro Marchetti says:

        Hai centrato in pieno quello che intendevo dire, il cambiamento della figura dell’architetto, sempre meno progettista creativo e sempre più burocrate.
        Per contro nella mia vita professionale, non esaltante ma sempre a contatto con la realtà delle persone normali, del ceto medio borghese, del friulano attaccato a mattone ed alla casa in quanto elemento imprescindibile dalla famiglia, volevo dire che nella mia professione ho incontrato spesso, forse troppo spesso, architetti che pensando di essere “archistar” proponevano e segregavano i loro clienti in costruzioni solo immagine e poco vivibili, non lo specchio di chi poi ci deve abitare ma solo del troppo grande ego di questi professionisti.
        Tutto questo per dire che come sempre ci vuole, secondo il mio semplice parere, un saggio mix di professionale umiltà nel mettere al servizio delle persone le nostre capacità nel risolvere tutti gli ostacoli burocratici, nel progettare una abitazione fatta su misura del luogo e delle persone che poi la fruiranno e di esaltarne l’inserimento ambientale e formale con la creatività che dovrebbe competerci, sempre senza creare la mia casa ma la casa per il mio committente.
        Per cui la capacità di un buon professionista della progettazione è data da un mix di tutto questo; un buon progettista è colui che consiglia, educa e soddisfa sempre il proprio committente.

        • paolo ivaldi says:

          Tutto pienamente condivisibile, tranne forse “educa” che suona un po’ retrivo e bacchettone. La funzione maieutica dell’architetto si dispiega piuttosto quando si “lascia educare”, reindirizzando gestalticamente le energie del committente/utente, come il judoka che atterra l’avversario usandone la forza.

          • Sandro Marchetti says:

            Concordo pienamente con quanto dici e mi correeggi, il mio “educare” stava per indirizzare le idee del committente nel quadro complesso dell’insieme architettonico.

  2. Gianluca Galeazzi says:

    Leggo diverse contraddizioni. La nozione di genius loci È spesso usata a sproposito e in senso reazionario. Perché, una volta ipostattizzato il mitico spirito del luogo quasi fosse qualcosa di chiaro e definito, si sentenzia che fare architettura significa visualizzare il genius loci. Assurdità tesa a passivizzare il progetto rispetto all’intorno, anziché spingere a crearlo o almeno a rinnovarlo. E a proposito di Wright se , nella foresta di Bear Run, si fosse proposto di rispecchiare il genius loci, invece della leggendaria Casa sulla Cascata avrebbe costruito un immonda baracca. Inoltre, in che cosa consiste un luogo? Si risponde con disarmante vaghezza: nel suo carattere, nella sua atmosfera. Sotto sotto i patiti del genius loci, anche se lo negano sono deterministici e prescrittivi, vorrebbero imporre forme assonanti all’ambiente; e perciò distinguono tra architetture alpine, collinari, marine, campagnole, urbane, vernacolari; E cianciano di paesaggio cosmico, naturale, artificiale, classico, culturale, romantico, composito, rispolverando anacronistici generi scolastici. Invece, bisognerebbe raccomandare di preoccuparsi del genio trascurando il loci poiché, se il genio opera, crea i loci. E la filarmonica di Berlino, autentico capolavoro di Hans Scharoun, non è un loci offeso ma un loci creato.

    • paolo ivaldi says:

      ho risposto a questo commento sul gruppo …architettura e design… di linkedin:
      https://www.linkedin.com/groups/Genius-loci-3121055.S.5965473913075961857?view=&gid=3121055&item=5965473913075961857&type=member&commentID=discussion%3A5965473913075961857%3Agroup%3A3121055&trk=hb_ntf_COMMENTED_ON_GROUP_DISCUSSION_YOU_CREATED#commentID_discussion%3A5965473913075961857%3Agroup%3A3121055
      ne riporto solo un estratto: da nessuna parte ho mai scritto che il rispetto del luogo implichi la mimesi: anzi, gli esempi che cito, a partire da casa Malaparte, sono fortemente impattanti. Né si può sostenere che un oggetto “contemporaneo” (decostruttivista o quant’altro) sia necessariamente uno stupro del territorio, altrimenti non avremmo nessuna delle grandi opere di architettura. Io dico che la cssa Kauffman non sarebbe tal quale se invece che una cascata sotto i piedi avesse un laghetto o la casa di Libera invece che a Capri fosse ad Aosta. Invece Zaha Hadid & company sono uguali a Roma e Pechino, e per questo uccidono lo spirito dei luoghi invece di esaltarlo.
      Aggiungo qui, a proposito della “disarmante vaghezza” lamentata da Gianluca Galeazzi, che solo così si può parlare di qualcosa che, per sua natura, è ineffabile e sfuggente qual è la capacità dell’opera artistica di cogliere i nessi profondi attraverso il registro poetico. Se si volesse cercare una “definizione” esatta del carattere dei luoghi si finirebbe, allora sì, per essere deterministici e prescrittivi.
      A proposito di “imporre” apriamo un capitolo nuovo: l’architettura impone per definizione, con la sua sola presenza. E’ la sua natura. Impone il timor dèi, il potere del sovrano, la tirannia del proletariato, il narcisismo dell’archistar. Ne parliamo la prossima volta.

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