Acero vegetal

Simón Vélez è considerato uno dei guru dell’edilizia bioecologica, al pari di Mario Cucinella, Cino Zucchi e Stefano Boeri, tanto per citare solo i nostrani. Ha vinto il premio The Principal Prince Claus Awards nel 2009, dall’evocativo titolo/tema «Culture and Nature», e nel 2006 l’Award of Honor dell’American Society of Landscape Architects per il progetto Crosswaters Ecolodge (il contributo di Vélez è un bellissimo ponte).

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Il motivo del suo grande successo presso i cultori della sostenibilità è il materiale utilizzato: il bambù, che in Colombia si chiama guadua. Con questa guadua ha costruito nel 2000 il padiglione ZERI (Zero Emission Research Institute, se mai ci fosse stato bisogno di chiarire ulteriormente di che stiamo parlando) all’Esposizione Universale di Hannover del 2000, un padiglione a giorno di 14 m di altezza e 40 m di diametro (come la cupola del Pantheon, tanto per capirci).

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Come fa a costruire strutture così grandi e robuste con un materiale tanto leggero e flessibile? Innanzitutto va detto che, insieme alla flessibilità, il bambù ha una notevole resistenza: a trazione può superare i 100 MPa, anche se a compressione il valore si riduce ad appena un terzo; insomma l’opposto di un calcestruzzo ad alta resistenza, che come noto ha valori importanti a compressione e trascurabili a trazione.

Dove sta l’uovo di colombo? Nel combinare i due materiali: il calcestruzzo, gettato nell’anima cava del bambù che gli fa da cassaforma, lo trasforma in un’asta capace di assorbire le sollecitazioni tensionali positive e negative, adatto quindi a comporre strutture reticolari robuste e leggere, che nulla hanno da invidiare alle corrispondenti travature metalliche. Da cui il soprannome coniato da Velez, acciaio vegetale.

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Dall’idea alla realizzazione c’è voluta tutta la caparbia determinazione del giovane architetto colombiano: grazie a lui, che ha realizzato abusivamente tutte le sue prime opere, la Colombia è il primo paese del mondo ad avere delle norme tecniche specifiche per la costruzione in guadua, che è annoverata tra i materiali da costruzione ufficiali. Per la costruzione del padiglione di Hannover, gli uffici tecnici alemanni non si sono accontentati di calcoli e provini di laboratorio; hanno voluto esaminare approfonditamente un modelo in scala 1:1, un’altro padiglione uguale a quello proposto, che è stato realizzato a Manizales, paesello natale dell’artista, dove tutt’ora si può ammirare, al contrario di quello definitivo, che invece è stato smantellato al termine dell’esposizione.

Certo, così pieno di cemento il materiale suona molto meno ecologico; infatti, i suoi estimatori non ci si provano neanche a misurarne LCA, impronta ecologica e gli altri parametri così severamente monitorati per classificare l’impatto sull’ecosistema dei sistemi edilizi utilizzati da noi comuni mortali. Ma tant’è, tutte le cause, anche quelle buone, hanno bisogno di uno stendardo, e in fondo il cemento da fuori non si vede.

Sanguigno, ironico, rigoroso, intransigente, trasgressivo, blasfemo, nelle sue conferenze racconta il suo lavoro e fa poca teoria, a parte quando gli capita di menzionare Palladio, il “suo” Palladio, dispensatore di armonia e proporzione a tutta l’architettura passata e presente. Non sarà un caso che di palladianesimo è intrisa tutta l’architettura coloniale e post coloniale, ed in particolare quella sudamericana, che papà e nonno Vélez, pure architetti, ebbero modo di frequentare assiduamente. Il debito dell’artista vegetale nei confronti del maestro veneto è evidente, nel disegno classicheggiante, nelle ariose simmetrie, nella grande attenzione ai rapporti proporzionali, nella leggerezza dei chiaroscuri. Dice in una conferenza[1]: “La simmetria amplifica quello che c’è. Se c’è bellezza, la simmetria la moltiplica; se c’è desolazione, la simmetria amplifica la desolazione”.

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Mi piace in particolare la foto con la colnna poggiata su un sasso[2] a mo’ di basamento. Il sasso è un vero sasso, trovato in terra nei dintorni del cantiere, foggiato da milioni di anni di erosione naturale. La sua consistenza, la forma, il peso lo rendono adatto a svolgere la sua funzione, sia in termini costruttivi che compositivi. Ciò che lo rende affascinante ai miei occhi è la sua non riconducibilità agli standard dimensionali unificati, senza i quali il progettista e il costruttore contemporanei non saprebbero nemmeno dove cominciare a mettere le mani. Le canne di bambù sono grandi e piccole, ma non secondo la progressione esatta dei tubi in PVC serie pesante; sono semplicemente un po’ più grandi o piccole, tutte diverse, come le persone. Il sasso non si presta ad essere disegnato in autocad, e infatti le strutture di guadua sono costruite a partire da schemi a mano libera, che i manovali superspecializzati sanno interpretare secondo un codice condiviso per esperienza comune e non per protocollo standardizzato. Ai saloni dell’edilizia (veramente si chiamano “dell’industrializzazione edilizia”, appunto) vengono presentate sempre nuove invenzioni per fare le stesse cose usando personale sempre meno specializzato, che costa di meno incrementando i margini di profitto o la competitività dell’imprenditore. Qui la logica è invertita: il vero protagonista della costruzione è l’operaio, che partecipa alla creazione con dignità pari a quella del progettista.

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Esiste un diffuso pregiudizio – come vorrei poter essere contraddetto – secondo il quale l’estetica sarebbe un lusso, o comunque un “in più” che si può perseguire esclusivamente allorquando vi sia un’eccedenza di risorse rispetto a quelle necessarie per assicurare la sola rispondenza funzionale. Indubbiamente, qualunque cosa si intenda per “estetica”, la sua ricerca implica un’attività che, remunerata, rappresenta un costo per il committente. Ma i sostenitori della tesi “bello = superfluo” vanno ben oltre tale semplice ovvietà: il valore (dicono “valenza”, ci dev’essere una qualche sfumatura lessicale che mi sfugge) estetico si addice all’opulenza; la sobrietà, per essere veramente tale, deve associarsi allo squallore, deve essere brutta. Nello spazio cartesiano catto-comunista in cui ancora ci dobbiamo per forza di cose orientare ci si vede facilmente dietro il binomio piacere = peccato che fa da matrice a tutti i nostri sensi di colpa, privati e pubblici. Ma a me sembra di vederci anche dell’altro: così come l’elemosina garantisce che il povero rimanga tale, parimenti il bello dev’essere appannaggio esclusivo del ricco, di chi dispone cioè, in quantità illimitata, di quella eccedenza che, sola, permette di distinguersi dalla massa di coloro che non possono permettersi di scegliere.

Cosa c’entra l’architettura di Simón Vélez con tutto questo? Forse nulla: i suoi oggetti sono per lo più “celebrativi”: padiglioni, chiese, un ponte pedonale. La tecnica, contro l’apparenza, non è così economica: le canne di bambù riempite di calcestruzzo, i giunti in acciaio fabbricati su misura, e via dicendo. Ma è il contenuto simbolico che inverte il significato: la guadua, in Colombia, è ovunque disponibile; ogni piantagione di caffè ha il suo canneto. È quindi il materiale immediatamente prescelto dal contadino che deve costruirsi un utensile, piuttosto che il capanno degli attrezzi o la casa per sé e la sua famiglia. L’uso di un materiale così modesto per la costruzione di oggetti aulici è la vera rivoluzione dell’architetto colombiano. Prima ancora di dire: “L’architettura funzionale (cioè povera) può essere bella” dice “l’architettura monumentale può essere povera”, togliendo al “costoso” il monopolio del “bello”. Il costo effettivo dell’oggetto non ha più importanza, il messaggio è stato mandato.

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[1] Bienal panamericana de arquitectura de Quito, 2012

[2] È la casa di Maya Lin, disegnata insieme a Ettore Sottsass.

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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