Il progetto è “altro da”

Gli studenti intervistano l’architetto Giuliano Begnozzi

Durante un corso di Progettazione II alla Sapienza, gli studenti hanno incontrato alcuni rappresentanti del mondo “vero”: un progettista, un direttore tecnico d’impresa, un politico, per fargli alcune domande sui temi per loro più urgenti. Questo è il resoconto del primo di quei colloqui, con l’architetto milanese Giuliano Begnozzi. Ho mantenuto il registro del parlato per non perdere la freschezza della conversazione e la leggerezza con cui sono stati trattati i temi, anche quando importanti o delicati.

Domanda: come si approccia un progetto? Esiste un percorso prefissato, o si decide volta per volta? E in che modo?

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Giuliano Begnozzi: La stessa domanda l’abbiamo fatta a tale Alberico Belgiojoso, che insegnava all’università tanti anni fa, per prenderlo un po’ in giro, e lui ci disse: “Devi fare una grande scheda dove infili dentro tutte le cose che fai, poi la devi buttare, prendi il foglio e progetti”. Allora non ero d’accordo, pensavo che la necessità fosse di istruire una grande matrice, con incroci di tutti i generi, e che quella in qualche maniera portasse a un’ottimizzazione nelle scelte di progetto. E devo dire che invece aveva ragione lui. Arriva il momento in cui messi insieme tutti i dati possibili, i riferimenti storici, gli esempi di altri più o meno riusciti, le critiche fatte sullo stesso schema, il dibattito che c’è stato e in seguito a quello le normative: quando avete finito lo potete buttare via, e inizia il rapporto con il foglio bianco. E lì bisogna aver coraggio: il coraggio di cominciare a trattare un’idea sintetica. La cosa che secondo me aiuta molto è il fatto di poterla raccontare a un bambino di cinque anni. Cioè un’idea è tale quando riesci a esprimerla e a farti comprendere da qualcuno che non è un addetto ai lavori, perché ti costringe a uscir fuori da una serie di stereotipi, di frasi fatte, di luoghi comuni: quando non si sa come risolvere una cosa si dice: “lì mettiamo un pezzo speciale”. Oppure vien fuori il verde, le fioriere, idee malsane. Quando uno sente – in testa o nella pancia – che sta dicendo queste cose qui, che cominciano a comparire elementi di cui non abbiamo il controllo, in quel momento si deve fermare, perché vuol dire che non è chiaro. Rapportarsi a una persona che non tratta di architettura, una persona normale, e spiegargli il progetto – e le domande non saranno consone al mondo dell’architettura, saranno strane, e avere il coraggio di dire “ecco questa è una risposta che ti posso dare; qui non lo so”. Questa è già un’istruttoria incredibile. Quindi gli strumenti del progetto sono la conoscenza da un lato, nel senso antropologico del termine, e dall’altra una grande curiosità, andare a un confronto con quella proposta non solo con il professore, con le figure carismatiche, ma con potenziali fruitori, con persone normali, e riuscire in qualche maniera a trasmettere il vostro entusiasmo rispetto all’idea che avete avuto, all’idea che volete perseguire con queste persone.

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Domanda: che rapporto c’è tra lei e il committente, come soddisfare le sue aspettative?

G.B.: I committenti possono essere essenzialmente privati o pubblici, ed è una grande differenza nel senso che il committente pubblico raramente è una persona fisica con cui vai a un colloquio; molto spesso è un’istituzione rappresentata da alcune figure che possono cambiare. E quindi è un mondo molto più formalizzato. Un committente pubblico procede attraverso una relazione, un documento scritto in cui vengono indicate le finalità del progetto: la necessità dell’opera, che obiettivi devi raggiungere, con che vincoli procedi e con quali risorse. Normalmente gli antepongono il tempo: tutto questo va fatto “prima”.

Il mondo invece delle committenze private si differenzia grossomodo in due: uno è il committente singolo, quello che ti chiede di fare la casa, l’appartamento, o qualsiasi cosa riconducibile a un individuo. E l’altro invece è una società, un gruppo finanziario o un fondo. Normalmente le risorse scarse sono l’elemento costante di ogni progettazione. Il committente ha sempre in mente quanto può spendere, e quanto vuole spendere. E’ rarissimo che non sia così: Olivetti non aveva in mente i tempi, e adesso sono proprio pochi gli ambiti dove c’è un committente paragonabile al vecchio principe, che chiedeva la soddisfazione di un proprio piacere, o di una propria esigenza; disposto a pagare a piè di lista qualsiasi cosa. Del denaro non si parla, non è bene parlarne, non tocca a noi introdurlo, è meglio stare lontani: perché sai cosa costa un’opera solo quando hai finito di fare il progetto. Solitamente le domande che loro ti fanno sono: “vorrei fare questa cosa qui”, e dato che te la descrivono ritengono che il progetto sia fatto. Quindi quanto costa? È palese che non c’è risposta. In questo caso c’è tutta una fase maieutica per mettere in crisi le sue certezze, senza però perdere il cliente. Quindi il denaro è il parametro di controllo che il committente accetta ed è difficile discutere di progettazione fintanto che non hai messo da parte questo elemento e l’hai incuriosito. Tieni sicuramente conto di quale cliente hai davanti, e poi dopo prosegui con le tue curiosità. Se riesci a portarlo in questo campo può darsi che venga fuori una sintesi simpatica tra committente e progettista. Diversamente può rimanere un terreno ambiguo, dove il gioco prevalente è il “si, ma”: tu fai delle proposte “si, ma questo costa troppo”, “si ma non si potrebbe spender meno”.

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Per quanto riguarda le aspettative, il fatto che il cliente risulti soddisfatto è sicuramente un punto importante, ma non può essere la linea guida. Alcuni clienti per definizione non sono soddisfatti; perché è un loro imprinting. La cosa che tu devi fare è verificare che tu sia soddisfatto del lavoro che fai, questo è l’elemento principe. Se tu non sei soddisfatto del lavoro che fai perché hai dovuto accettare dei compromessi difficoltosi, hai dovuto transitare attraverso accordi umilianti, difficilmente farai un buon progetto, perché è difficile che il progetto riesca bene se non è amato. Quindi la cosa che tu puoi fare come progettista è mettere il tuo cinquanta per cento, rispetto all’opera. E poi cercare di portare il tuo committente sul piano di espressione di sentimenti, che in qualche maniera abbandoni l’idea dei soldi, ma che si appassioni, poi dopo parliamo di soldi. Lo steso progetto lo si può declinare in modo particolarmente costoso, o in modo contenuto; ma non è il trucco per prenderli in giro, tutt’altro. Quando il cliente/committente si innamora, è lui che rivede il progetto. Probabilmente il committente alla partenza sa che non deve innamorarsi. Quindi la prima domanda che mi fa è “visto che dobbiamo fare una cosa così e così e così quanto costa?” Quelli più spudorati chiedono anche “in quanto tempo si fa?” Sono domande palesemente stupide. Invece spostando l’attenzione sul contenuto arrivi al progetto ed è facile che poi vada tutto a posto.

Teheran-7Paolo Ivaldi: vorrei portare l’attenzione in particolare su due parole: in relazione all’aspettativa tu hai detto “curiosità”, cioè come progettista incontri l’aspettativa del cliente nella misura in cui gli scatta il meccanismo della curiosità. Rispetto alla prima domanda, che era quanto incide la volontà del committente, tu hai usato la parola “sintesi”: alla fine il progetto è la sintesi degli elementi che ci mettono dentro tutti i partecipanti; il progettista è importantissimo, ma è solo una delle maglie di una rete.

G.B.: Il progetto è “altro da”, si incrosta. L’intenzione che tu hai con un progetto è di un certo tipo ma poi il risultato che ne esce, innanzitutto è fatto da altri, costruito da altri, cambiato strada facendo, e poi viene vissuto in modo diverso dai soggetti che ci entrano in rapporto, diventa altro… Quindi è inutile porsi problemi diversi rispetto alla tua soddisfazione di averlo progettato.

Domanda: in merito al ragionamento sui costi e i tempi, il fatto che quando un progetto viene realizzato tempi e costi non sono quelli che erano stati fissati all’inizio… è una cosa tutta italiana o può succedere anche all’estero e perché?

Ponte-Galeria-6G.B.: Perché succede? perché lo si fa succedere. Perché è utile che avvenga per alcuni. In America per esempio il progettista, il direttore dei lavori definisce il budget; il cliente ti dice “fammi quest’opera”, tu gli fai il progetto, gli dici quanto costa, e lui lo accetta. Gli fai una fidejussione di pari importo, e quello ti paga, e ti paga il prezzo, funziona come un general manager. Se poi mancano i soldi, eh sono un po’ problemi tuoi. Le tariffe non sono come qui da noi che sono libere: libere nel senso che il committente è libero di non pagarti. E ogni volta dice “ma come non son troppi questi soldi, ma così tanti? ma son libere le tariffe adesso”. Nel mondo anglosassone funziona così, che il committente, in dimensioni piccole come può essere costruire una casa, si affida completamente al progettista, che giustamente è una società, quindi non è il singolo che può raccogliere i soldi e andarsene, è una società che può fare fidejussioni, ha una struttura, risulta credibile; in quel caso lì il mondo assicurativo che sta dietro è in grado di garantire l’uno e l’altro, ossia noi pattuiamo che quella roba lì costi 500 mila Euro, il committente mette una fidejussione di 500 mila euro, il progettista copre 500 mila euro e si comincia l’opera, l’impresa viene scelta e man mano che gli stati di avanzamento procedono il direttore lavori firma questi certificati e paga. Si fa l’accordo su cosa succede se viene a costare meno, perché ci possono essere degli sconti a parità di qualità dell’opera, e lì ci sono gli avvocati che dicono come ci si regola. Pattuito il prezzo non è detto che si debba spendere proprio questo, può essere meno. È un premio che alla fine il committente ottiene, e tutti lavorano in quella direzione, perché è interesse del committente magari accettare una soluzione di minor costo per una pavimentazione, per esempio; vede il risultato perché invece di spendere 100 spende 80. Il progettista, che ha la percentuale in rapporto al montante di opera è chiaro che ha interesse a mantenere il cento, lui i soldi li deve prendere; ma il committente dice: “l’onorario lo andiamo a parametrare su ottanta, ma i venti che risparmi dieci sono tuoi e dieci sono miei”. Tutti corrono in quella direzione, ed è un sistema molto efficace. Certamente le spese tecniche negli Stati Uniti sono il quindici per cento, da noi si va dal cinque al dieci, quando si paga. Che poi ci sono le controversie, i pagamenti non sono certi, è un mondo molto complicato il nostro, è affascinante da certi punti di vista, ma dal punto di vista amministrativo, come confusione, viene secondo solo al condominio, che è l’abominio assoluto.

Teheran-9P.I.: una cosa che hai detto, secondo me è una dritta importantissima, che quando bisogna mettere insieme volontà diverse il trucco per vincere è trasformare la competizione in collaborazione. Finché siamo in competizione difficilmente ne beneficia il progetto, nel senso che poi il committente fa una perizia di variante, e la tua bella architettura semplicemente non la realizza. Invece nel momento in cui la competizione diventa collaborazione, perché anche lui corre nella mia stessa direzione, sicuramente si producono dei risultati più interessanti per tutti.

G.B.: C’è una cosa da dire al riguardo: molto spesso se lavori sul committente individuo si opera una sorta di transfert tra committente e progettista. Il progetto di una casa per una famiglia diventa una sorta di psicodramma, nel senso che la famiglia al suo interno non è detto che esprima la stessa linea. Anche senza scomodare principi di gestalt, se voi incominciate a chiedere qual è il colore preferito dall’uno o dall’altro; se dovesse pensare un soggiorno gli viene in mente Giuseppe Verdi piuttosto che Ligabue o i Pink Floyd oppure cos’altro, vedrete che vien fuori un puzzle di impressioni; qual è il senso che io vedo entrando nella casa in cui abitano adesso; qual è la prima cosa che vorrebbero vedere entrando in quell’altra, quella che non vorrebbero vedere; la casa è “mamma” oppure “papà”? Ecco se fai separatamente queste domande e le metti insieme vedrai che questo ti aiuta tantissimo a sapere se il gruppo è coeso o meno, perché se fai una casa per una famiglia e la famiglia non è unita, e tu non assumi questo come dato di realtà, perché “in fin dei conti tu devi solo fare una casa…” poi semplicemente muori. E non sai perché. Perché “il caminetto no”, “caminetto si”, “caminetto là”, “caminetto qui”: ti fan morire. La prima cosa è assumere il fatto che dentro ci sono linee diverse, ma che non necessariamente devono essere negate.

P.I.: Non necessariamente devono essere ricondotte a unità. Puoi prendere la diversità come dato di progetto.

G.B.: Magnifico! …ma accanto al nome del sindaco, del governatore regionale, del tal ministro, il nome dell’architetto non compare quasi mai; perché in effetti socialmente è riconosciuto soltanto quando griffa. Ma se l’architetto fa il mestiere, lo scopo è di rendere armonioso l’ambiente, non è quello di entrare in competizione e andarsi a collocare in maniera emergente e isolata. Talvolta esiste una condizione particolare per cui determinati equilibri, certe armonie hanno un risultato particolarmente gradevole. Viene confermato, nel tempo mantiene. Usando le parole di Gardella: lui diceva un’opera la giudichi a cinquant’anni: se la parola che avvicini è “rovina”, vale in una certa maniera, se diventa “rottame”, hai già capito cosa voglio dire. Quindi il parametro di controllo è il tempo come viene in qualche modo digerito e come viene reinterpretato, compreso, è un percorso lungo. E non ha a che fare con l’intenzionalità, con certe velleità, a volte, semplicemente, capita.

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Giuliano Begnozzi, laureato presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1972, è iscritto all’Ordine degli Architetti, prima a Brescia dal 1974, poi a Milano dal 1981. Svolge attività professionale come libero professionista dal 1974. È socio fondatore dal 1992 della G.B.A. CAD S.a.s., trasformata nel 2012 in G.B.A. CAD S.r.l. Svolge attività professionale nel campo dell’architettura integrata, autonomamente o in collaborazione con altre strutture qualificate. La sua committenza è costituita prevalentemente da Enti Pubblici e Società. Ha maturato numerose esperienze all’estero. Ha interesse per il restauro e la riqualificazione edilizia, ed è specializzato nel settore delle opere e degli impianti di sicurezza.

http://www.gbacad.it/

Immagini: progetti dal sito gbacad.it

Copertina: Alberico Barbiano di Belgiojoso, complesso di Brera, 2006, schizzo

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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One Response to Il progetto è “altro da”

  1. Davvero una bella intervista.
    Complimenti a tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto

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