“Architecture is a wake-up call”

Diébédo Francis Kéré

Quando mi è caduto l’occhio sulle immagini del Surgical Clinic and Health Center a Léo (Burkina Faso) di Francis Kéré la prima cosa che ho pensato è stata: “NON E’ POSSIBILE! È identico al mio ultimo progetto!”. Ora, capita che il mio più recente progetto, destinato alle stesse latitudini, giaccia intonso negli archivi segreti di un committente troppo ondivago per portarlo oltre la fase preliminare; sicché solo un paio di lettori, che hanno partecipato alla sua stesura, potranno confermare ciò che dico. Ma non è per questo che voglio parlare di quest’opera.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

Kéré - Léo - Surgical Clinic and Health Center_2

Courtesy Operieren in Afrika e.V.

Ci sono molti buoni motivi per apprezzare il lavoro di Diébédo Francis Kéré: è sostenibile, usa le tecnologie del luogo, attiva la partecipazione delle comunità locali; altrimenti non avrebbe vinto tanti premi, dall’Aga Khan Award for Architecture nel 2004 al Global Holcim Award Gold nel 2012, passando per il Global Award for Sustainable Architecture, il BSI Swiss Architectural Award ed altri. Ma a me piace soprattutto perché è concepito in termini di architettura prima che di edilizia. Che significa questa frase? Che differenza c’è, e perché prima?

Il perché lo spiega lo stesso autore, in un’intervista pubblicata sul sito dello studio http://www.kere-architecture.com: “La gente rifiuta i vecchi materiali; l’argilla è considerata un materiale adatto alla gente povera. Nessuno la vuole. Non è moderna. Così ho usato questo materiale molto ben conosciuto, facile da usare e usato da tutti, per creare un edificio nuovo, qualcosa di attraente, che funziona, qualcosa di cui la gente possa dire “WOW! Questo è una cosa nuova”. Questo è il modo in cui io progetto, il modo in cui conduco le persone ad accettare ciò che hanno più facilmente a disposizione: l’argilla! Se costruiamo con l’argilla avremo un futuro migliore, perché utilizziamo al meglio le nostre risorse”. L’architettura crea identità attraverso la fascinazione.

Osserviamo la clinica di Léo: che cosa c’è che non sia funzionale al risultato atteso in termini architettonici? C’è un basamento; non un residuo classico, piuttosto un recinto, un confine, un ingresso nello spazio “ospedalizzato”, dove vigono le regole del mondo moderno; la savana intorno. C’è un coronamento; un tetto in lamiera, staccato dall’edificio per far disperdere con la ventilazione il calore da irraggiamento. Come un cappello a tesa larga, incornicia prima che proteggere, getta un’ombra non solo di fresco ma anche, soprattutto di colore. Le finestre sono vetrinette, ognuna diversa, ognuna con la sua cornicetta colorata, come se dovessero servire a guardar dentro piuttosto che a guardar fuori. E poi c’è il muro, massa termica, non intonacato, in mattoni di terra cruda rossi come la terra (mattoni veri, non come i nostri, quando vogliamo il “facciavista”, sfoglie di rivestimento incollate su blocchetti di calcestruzzo); sorge dalla terra, appartiene alla terra, torna alla terra l’architettura del futuro.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

courtesy: Operieren in Afrika e.V.

Che cosa manca che sia essenziale a un oggetto per potersi dire architettonico? C’è un ordine, una regola: i singoli volumi, disordinatamente allineati in due file dirimpettaie, a formare una strada di villaggio, sono in pianta dieci semplici rettangoli uguali, ciascuno formato da due quadrati accostati, e collegati tra loro da raccordi murari irregolari, ma non casuali. C’è una relazione tra forma e funzione: al livello del singolo elemento costruito (stanza – modulo compositivo), così come al livello dell’organizzazione complessiva (distribuzione funzionale – riferimento tipologico). C’è il senso del limite, la quantità da non superare per restare sostenibile, ma anche il numero minimo di elementi sintattici per essere riconoscibile. C’è il genius loci, nascosto nelle sedie scompagnate su cui riposano al fresco gli anziani, lungo il muro posteriore del complesso.

Niente di più di ciò che è necessario, niente di meno di ciò che è indispensabile. Tale è l’architettura, paziente esercizio di sottrazione alla ricerca del nucleo, o quantomeno della sintesi.

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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