Forma e (è) funzione (?)

Binomi ingombranti #1

Comincio qui la pubblicazione – nella categoria temi – di una serie di testi scritti in occasione di un corso di progettazione tenuto alla facoltà di Architettura Ludovico Quaroni nel 2012. Questo capitolo è tratto dalla prima lezione, in cui feci cadere il piccone su uno dei capisaldi dell’architettura contemporanea: il legame tra

FORMA E FUNZIONE

Cominciamo subito mettendo il dito nella piaga sanguinante dell’architetto: il rapporto tra forma e funzione. Forse qualcuno di voi avrà già avuto occasione di imbattersi in uno degli slogan più fortunati e longevi del movimento moderno: “la forma segue la funzione”, che in Inglese viene abbreviato con l’acronimo FFF (form follows function), coniato da Louis Sullivan, maestro di Frank Lloyd Wright, nel saggio The Tall Office Building Artistically Considered del 1896. Pur dichiarando la necessità di applicare all’architettura le leggi deterministiche che osservava nei fenomeni naturali, non riuscì a sganciarsi nelle sue opere da un marcato impianto neoclassico.

disegno di Louis Sullivan

 

 

Eyhof-Siedlung, Essen, 1920

Forse non si è mai veramente realizzato in pratica, eppure questo ideale ha costituito per molti decenni la colonna portante del movimento moderno, ben nutrito dalle critiche entusiaste dei commentatori, Pevsner e Benevolo in testa. All’inizio del ‘900 c’erano ottimi motivi per invocare una nuova impostazione, razionale e oggettiva, nella costruzione dei centri abitati: le miserrime condizioni delle abitazioni operaie, l’assenza delle più elementari condizioni di igiene, le industrie costruite a foggia di cattedrali furono la ragione e il campo di battaglia delle sperimentazioni non solo teoriche degli architetti europei: l’esperienza delle Siedlungen in Germania durante la Repubblica di Weimar rappresentò effettivamente una svolta nella qualità di vita degli abitanti. Il mito che ne conseguì fu longevo al di là delle previsioni dei suoi più convinti sostenitori.

Bisogna arrivare agli anni ’50 perché compaiano le prime voci fuori dal coro a denunciare le falsità del razionalismo e la natura mitica del movimento moderno. Reyner Banham, nel commento all’opera di Le Corbusier contenuto nel saggio Estetica della macchina del 1955 demolisce con schiettezza e ironia la pretesa di associare la razionalità con la geometria euclidea: “gli oggetti più utili e meno costosi hanno forme semplici e geometriche” (Vers une architecture, 1923) è affermazione falsa perché 1) l’utilità non è la cosa più importante: forse lo è in un’economia di sostentamento, ma non nell’epoca del capitalismo, in cui realizzare oggetti accattivanti è la priorità, e 2) realizzare un oggetto utile con forme semplici è in verità più difficile e più costoso. Lo dimostreranno in pratica Jean Prouvé e Alison & Peter Smithson, che sempre negli anni ’50 si cimentano il primo con edifici e oggetti d’uso comune realizzati con lamiere piegate, e i secondi con progetti di architetture volutamente brutali nel rappresentare la società britannica del dopoguerra.

Le Corbusier, Vers une Architecture, 1923

prouve jean bureau compas ateliers jean prouve c. 1950 photo 1

arredi di Jean Prouvé

 

Le Critiche al dogma FFF si possono così sintetizzare:

1 – è una tautologia: un oggetto che abbandona la sua propria forma funzionale cessa di essere quell’oggetto: un coltello senza lama, una casa senza tetto;

2 – la funzione non è univoca: dipende dalla volontà o dai mezzi dell’utente, evolve nel tempo; anche “essere bello” può essere letto come una funzione dell’oggetto;

3 – la funzione non precede: si genera durante e dopo la costituzione dell’oggetto, sia come tipo, sia come ente specifico.

Detto questo, ci accorgiamo che la razionalizzazione della funzione, poiché attribuisce all’utente lo svolgimento di funzioni in luogo di autonoma espressione di sé, rischia di essere una porta di ingresso del totalitarismo, cosa che in effetti fu, in Germania, in Russia, in Italia, certo non la sola, ma espressione di una direzione prevalente della società.

Chi non conosce la triade vitruviana: utilitas è uno dei tre elementi, insieme a firmitas e venustas. La forma è nell’insieme dei tre. Quindi, a rigor di logica, i due termini non sono associabili in una consecutio diretta, in quanto appartengono a piani concettuali separati. Proviamo ad avvicinarci di nuovo prendendo le mosse dal significato dei termini che stiamo esaminando. Apriamo il dizionario: “forma. s.f. 1: Aspetto esteriore, configurazione, soprattutto in relazione alla tipologia dei contorni assunti da un oggetto” (Gabrielli). Platone, nel dialogo chiamato Timeo, spiega che la forma appartiene all’apparenza, perché l’essere in quanto entità perfetta è privo di attributi, che lo renderebbero parziale e quindi imperfetto. Per Aristotele, al contrario, la forma è atto laddove la materia informe è potenza, nel senso di potenzialità non ancora concretizzata dalla forma, appunto.

Cesare Brandi, che ambiva a formulare una teoria generale della critica, capace di includere tutte le forme d’arte, dalla pittura alla scultura, all’architettura, alla musica, usava alcune parole-chiave con un significato molto preciso, ancorché inconsueto e non facilmente comprensibile se non ai lettori più accorti. In questo vocabolario brandiano quella che noi chiamiamo ordinariamente forma è configurazione, per l’architettura tettonica. Astanza è la particolare forma di presenza che contraddistingue l’opera d’arte, mentre la flagranza costituisce l’essenza percepibile dell’esistente, sia esso naturale che artefatto. La costituzione d’oggetto conduce alla formulazione d’immagine attraverso il processo creativo dell’artista, che opera consapevolmente una selezione simbolico-interpretativa. Il passaggio dalla conformazione alla forma richiede quindi un salto qualitativo: è l’immagine che trascende le circostanze della sua conformazione. Per questo il movimento moderno in architettura, secondo Brandi, non accede alla forma, perché mai supera – programmaticamente, aggiungo io – la fase della conformazione.

Passiamo al significato di “funzione”; di nuovo dal dizionario: “Compito svolto da una persona, un congegno, un organismo e sim.”, “Attività, destinazione, utilizzazione di congegni, macchine, strutture di qualsiasi tipo”. Nel caso dell’architettura, i compiti dell’oggetto architettonico e delle sue parti sono innumerevoli, e altrettante sono le attività che in esso possono svolgersi. Compiti: riparare dal freddo, dal caldo, dalle intemperie; dagli sguardi indiscreti; custodire gli oggetti personali e le cose necessarie per la vita quotidiana; proteggersi da furti e aggressioni; incontrarsi, riconoscersi e farsi riconoscere; creare un ambiente di vita rispondente al proprio carattere; invitare parenti e amici; accogliere e rendere riconoscibile una funzione collettiva della società; affermare la ricchezza o la potenza di un individuo, di una famiglia, di un’organizzazione o di uno stato. Compiti delle sue parti: sostenere l’edificio; appoggiarlo e vincolarlo al terreno; creare una barriera tra l’interno e l’esterno; muoversi all’interno a varie altezze e passare da una quota all’altra; far entrare la luce, guardare fuori; far luce di notte, scaldare o raffrescare l’aria, portare o portar via l’acqua; l’elenco potrebbe continuare indefinitamente. Neanche ci azzardiamo a elencare le attività che si possono svolgere nell’architettura: sono tutte quelle concepibili da mente umana, tranne immergersi nella natura incontaminata. Se abbiamo l’intenzione di istituire una corrispondenza tra le forme e le funzioni, dobbiamo per prima cosa identificare, nominare e analizzare queste ultime, e per far questo dobbiamo operare una selezione, e qui sta il nodo dolente: chi decide quale deve essere la funzione significativa? A quali funzione ci riferiamo, tra le mille che possiamo individuare dal cucchiaio alla città? A che scala? A quale parte dell’architettura? Di nuovo, ci si presenta un tema di autorità versus autodeterminazione.

Con questo arricchito bagaglio di strumenti lessicali proviamo a declinare i possibili modi della relazione che si istituisce – oppure no – tra i due termini; senza pretese di esaustività, quanti ce ne vengono in mente:

Aldo Van Eyck: casa dei bambini, Amsterdam

Frankfurter Kuche

Margarete Schütte-Lihotzky, Frankfurter Küche, 1926

  1. Subordine di uno dei termini nei confronti dell’altro:
    • La forma segue la funzione: è il mantra del movimento moderno; pensiamo alla Frankfurter Küche di Margarete Schütte-Lihotzky del 1926, ma anche, trent’anni dopo, all’orfanotrofio di Amsterdam di Aldo Van Eyck.
      .
    • La funzione segue la forma: lo si può dire senza tema di errore a proposito di qualsiasi opera di Frank Gehry, tanto per citarne uno.
  2. Esclusione di uno dei due fattori:
  • escludo la funzione: Peter Eisenmann (la serie di “case” numerate), ma anche la Città Nuova di Antonio Sant’Elia.
  • Peter Eisenman, House 3

    Antonio Sant’Elia, La città nuova

     

 

 

 

 

 

  • escludo la forma: è il caso più estremo; lo ritroviamo in formulazioni teoriche e astratte, tipo Hejduk o Kiesler, ma anche – costruito davanti ai nostri occhi – nelle facciate amorfe dei grandi magazzini “Best” a Sacramento (California) del gruppo SITE  (Situation In The Environment), progettate e realizzate negli anni ’80.
  • John Hejduk, Diamond House, 1963

    Kiesler, Endless House

    SITE, magazzini Best, Sacramento, 1971

 

 

 

 

3. Identificazione: la forma è la funzione: è quello che proclamava delle sue proprie creazioni Frank Lloyd Wright, quando diceva, descrivendo l’architettura organica: “La Forma è conseguente alla funzione? Sì, ma di più: Forma e Funzione sono Uno, s’identificano”.[1]

4. Un’altra possibilità è che attraverso la forma la funzione trovi la sua definizione:

  • – in modo astratto, come avviene nelle architetture immaginifiche del periodo espressionista: Mendellsohn, Hablik, Taut;
  • – in modo retorico, come avviene ogni volta che l’architettura esprime i valori di un regime accentratore: così fu per il costruttivismo sovietico e per il razionalismo italiano degli anni ’30, una volta esaurito lo slancio innovatore delle origini;
  • – in modo poetico, come avviene nelle opere di architetti ispirati come Louis Kahn, Aldo Rossi, Carlo Scarpa.

5. In alcuni casi si è arrivati addirittura alla sublimazione della funzione nella forma: ne è un esempio il Centre Georges Pompidou a Parigi di Renzo Piano, nel quale la funzione espositiva è rarefatta dal moltiplicarsi delle possibili configurazioni spaziali, sin quasi a sparire in se stessa. È possibile pure che forma e funzione si concretizzino in totale autonomia l’una dall’altra (Gaudi); oppure, infine, potrebbe svolgersi tra i due una forma di dialogo (Giancarlo De Carlo, Lucien Kroll).

Piano + Rogers, Centre Georges Pompidou , Parigi 1971

Nessuno dei modi che abbiamo descritto è più “giusto” degli altri, ciascuno di essi sottende un’idea di architettura e un ruolo che l’architettura rivendica per sé stessa nella società. L’importante è scegliere, restare fedeli a se stessi e “schierarsi”. Altrimenti si rimane inconsistenti e “mollicci”, e la forma che si manifesta non è né espressione della funzione, né formulazione di immagine, né platonica apparenza né aristotelico atto, né alcuna altra cosa.

[1] F. L. Wright: An Organic Architecture. The Architecture of Democracy. London 1939 trad. it. Architettura Organica. L’Architettura della Democrazia, Muggiani Milano 1945, pag. 42

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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One Response to Forma e (è) funzione (?)

  1. CECILIA says:

    Grazie! E’ stata una lettura piacevole ed interessantissima.

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