Trenton

12 aprile 2013

La settimana scorsa, trovandomi a New York, ho voluto fare una gita a Trenton, capitale dello stato di New Jersey, per vedere la Bath House di Kahn. Un’ora e mezzo di treno, più 20 minuti di autobus, più tempi intermedi per un totale tra andata e ritorno di 5 ore di viaggio per un’ora di visita. Perché desideravo andarci? Tutto sommato, è un oggetto molto semplice, perfettamente descritto e comprensibile dalle foto e dai disegni facilmente disponibili tra libri e internet. In verità, oltreal principio generale che tutta l’architettura, nella sua materialità, si apprezza soltanto con la presenza fisica, c’era in me il segreto piantadesiderio di essere ispirato dalla prima opera autenticamente kahniana del maestro di Philadelphia, quella in cui è diventato quel Louis Kahn che in nemmeno vent’anni avrebbe sfornato tanti capolavori da piazzarlo a titolo indiscusso nel gotha dei titani del secolo testé concluso. Così sono andato. Il problema è che dal sito internet dedicato all’opera (http://kahntrentonbathhouse.org/) non si evince se è visitabile, né le mie accanite ricerche su google mi confortavano in tal senso.

  Alla fine mi è venuta l’idea di scrivere una mail alla Trenton Historical Society tramite la contea di Mercer, che nel 2006 (Wikipedia), insieme al municipio di Ewing, ha comprato il sito dal committente originario, il Jewish Community Center, che si trasferiva contemporaneamente una ventina di chilometri più in là. Mi ha risposto una gentile signora informandomi che effettivamente l’edificio non è aperto al pubblico, ma avrei potuto prendere un appuntamento con tale Ted Forst (indirizzo email allegato), il quale ancorché estremamente sintetico (“11am is fine”) mi ha concesso l’agognato ok. I quattro tettini a padiglione si scorgono già prima di scendere dall’autobus; l’essenzialità della composizione è palese girandoci intorno, isolato tra un parcheggio e un’aiuola di prato secco, l’ingresso chiuso soltanto da una blanda recinzione metallica aggiunta nel restauro del 2008-2010.

Per la costruzione del nuovo centro ricreativo ebraico a Trenton, nel 1954 Kahn fu preferito a Percival Goodman di New York, autore di una cinquantina di moschee tra il 1948 e il 1983, e allo studio locale Kelly & Gruzen, che successivamente subentrò nel contratto con il National Jewish Welfare Board dopo la rottura dei rapporti tra la comunità e l’architetto di Philadelphia, incapace come sua abitudine di comunicare le sue intransigenti concezioni architettoniche ai committenti che non fossero sulla sua stessa lunghezza d’onda. Il progetto, che comprendeva l’intero circolo della comunità costituito da diversi edifici e la sistemazione paesaggistica delle aree scoperte, fu realizzato in minima parte: i padiglioni del campo diurno e la bath house, per l’appunto.

ingressoOttenute le chiavi e finalmente solo, mi dedico a ridisegnarne sul taccuino di viaggio la pianta, le prospettive di luce, i dettagli tecnologici. La regola è essenziale all’estremo: cinque quadrati accostati formano una croce greca, i quattro esterni coperti a padiglione e il centrale libero, a mo’ di corte. Un “offset” di 50 pollici da ambo i lati di ciascuna linea della figura genera 12 quadratini negli angoli dei quadrati principali: chiusi su 3 lati, saranno depositi, bagni, locali impiantistici o snodi di ingresso agli spogliatoi. La luce tra due quadratini adiacenti può essere libera a formare un portico, o chiusa da un nudo muro di blocchetti in calcestruzzo, allineato agli assi principali o a quelli dei quadratini a seconda delle esigenze di composizione funzionale. Dalla regola semplicissima si possono formare numerose permutazioni, a seconda di come si accostano pieni e vuoti nelle varie posizioni possibili; Kahn ne utilizza una minima quantità, per una sua personale sobrietà estrema, ma tutte sarebbero state legittime in relazione alla regola data.

A un certo punto mi blocco: disegnato in pianta il margine del tetto e il sottostante muro mi appare, in un punto che da dove sono seduto non posso vedere, un rettangolo vuoto, di circa un metro per sette, dal quale, se avessi disegnato bene, pioverebbe dentro gli spogliatoi. Mi sposto per controllare, ed è proprio così: oggi c’è il sole, ma quando piove qui ci piove dentro. Ora, non è la cosa in sé che mi sconvolge, in fondo sono dentro una struttura destinata ad essere utilizzata soltanto nei mesi estivi, e in ogni caso per accedere agli spogliatoi bisogna comunque attraversare la corte scoperta. È il fatto stesso di violare deliberatamente le regole della consuetudine edilizia, di non aver paura di sbagliare, di “sparigliare”, che rivela la sicurezza propria di un grande Maestro.

nodo fuoriI materiali sembrano a prima vista quelli della tradizione brutalista, il che sarebbe naturale essendo quest’opera proprio di quell’epoca lì: blocchetti prefabbricati lasciati a vista, calcestruzzo, ferro, legno. E invece qui il senso è tutt’altro, lo si capisce dalla cura con cui sono disegnati i nodi in cui si accostano tra loro i diversi elementi: il bicchiere di ferro in cui è alloggiata la testa del puntone angolare del tetto, l’ancoraggio dei tiranti, l’accostamento tra muro e soletta. I materiali sono poveri perché devono trascendere la loro materialità; il muro è una superficie, il tetto è perimetro di un’ombra e, per accostamento, il margine di un campo di luce. L’edificio è un banale spogliatoio, ma la sua architettura è già concretizzazione di una istanza spirituale, come tutto quello che verrà dopo: Salk, Exeter, Dacca. Tutto qua? Tutto qua. E allora perché tanto scalpore? Lo capisco soltanto dopo, rientrato a casa, il familiare skyline di Manhattan davanti agli occhi: la logica compositiva non è frutto delle esigenze funzionali, costruttive, economiche, in una parola ciò che chiamiamo “edilizia”, ma scaturisce esclusivamente dall’architettura, dalla sua coerenza interna, capace di comprende in sé le necessità

edilizie, che infatti si estrinsecano naturalmente. Dovrebbe essere sempre così, e invece il più delle volte ci troviamo davanti a oggetti la cui pretenziosità non è che un vestito applicato a posteriori su un progetto standardizzato, oppure all’opposto estrose forme difficili da tenere in piedi e ancor più faticose da nodo dentroabitare. Sulla via del ritorno, mi interrogo: ho realizzato il mio obiettivo, sono stato contagiato dal bacillo del genio? Temo che per il futuro dovrò continuare ad accontentarmi dei miei modesti strumenti progettuali: la matita, la curiosità, la pazienza. A consolazione, questa piacevole mattinata ha rinnovato in me la consapevolezza che metà del valore delle grandi opere è negli occhi di chi le osserva.

 

About paolo ivaldi

Architetto, lavora presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha insegnato progettazione e storia dell’Architettura presso Sapienza Università di Roma. Impegnato in una personale ricerca sul rapporto tra arte e scienza in architettura.

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One Response to Trenton

  1. I quite lіke reading a post that can make people think.
    Alsο, thank you for permitting mе to commеnt!

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